venerdì 31 dicembre 2010

TE DEUM LAUDAMUS

Te Deum laudamus:
te Dominum confitemur.
Te aeternum patrem,
omnis terra veneratur.

Tibi omnes angeli,
tibi caeli et universae potestates:
tibi cherubim et seraphim,
incessabili voce proclamant:

"Sanctus, Sanctus, Sanctus
Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt caeli et terra
majestatis gloriae tuae."

Te gloriosus Apostolorum chorus,
te prophetarum laudabilis numerus,
te martyrum candidatus laudat exercitus.

Te per orbem terrarum
sancta confitetur Ecclesia,
Patrem immensae maiestatis;
venerandum tuum verum et unicum Filium;
Sanctum quoque Paraclitum Spiritum.

Tu rex gloriae, Christe.

Tu Patris sempiternus es Filius.

Tu, ad liberandum suscepturus hominem,

non horruisti Virginis uterum.

Tu, devicto mortis aculeo,

aperuisti credentibus regna caelorum.

Tu ad dexteram Dei sedes,

in gloria Patris.

Iudex crederis esse venturus.

Te ergo quaesumus, tuis famulis subveni,

quos pretioso sanguine redemisti.

Aeterna fac

cum sanctis tuis in gloria numerari.

Salvum fac populum tuum, Domine,
et benedic hereditati tuae.
Et rege eos,
et extolle illos usque in aeternum.

Per singulos dies benedicimus te;
et laudamus nomen tuum in saeculum,
et in saeculum saeculi.

Dignare, Domine, die isto
sine peccato nos custodire.
Miserere nostri, Domine,
miserere nostri.

Fiat misericordia tua, Domine, super nos,
quem ad modum speravimus in te.
In te, Domine, speravi:
non confundar in aeternum.

____________________

* * * * * * * * * * * * * * * * *

Noi ti lodiamo, Dio,

ti proclamiamo Signore.

O eterno Padre,

tutta la terra ti adora.

A te cantano gli angeli

e tutte le potenze dei cieli:

Santo, Santo, Santo

il Signore Dio dell'universo.

I cieli e la terra

sono pieni della tua gloria.

Ti acclama il coro degli apostoli

e la candida schiera dei martiri;

le voci dei profeti si uniscono nella lode;

la santa Chiesa proclama la tua gloria,

adora il tuo unico Figlio

e lo Spirito Santo Paraclito.

O Cristo, re della gloria,

eterno Figlio del Padre,

tu nascesti dalla Vergine Madre

per la salvezza dell'uomo.

Vincitore della morte,

hai aperto ai credenti il regno dei cieli.

Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre.

Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

Soccorri i tuoi figli, Signore,

che hai redento col tuo Sangue prezioso.

Accoglici nella tua gloria

nell'assemblea dei santi.

Salva il tuo popolo, Signore,

guida e proteggi i tuoi figli.

Ogni giorno ti benediciamo,

lodiamo il tuo nome per sempre.

Degnati oggi, Signore,

di custodirci senza peccato.

Sia sempre con noi la tua misericordia:

in te abbiamo sperato.

Pietà di noi, Signore,

pietà di noi.

Tu sei la nostra speranza,

non saremo confusi in eterno.


domenica 26 dicembre 2010

La festa della Sacra Famiglia




La festa della Sacra Famiglia nella liturgia cattolica, nel secolo XVII veniva celebrata localmente; papa Leone XIII nel 1895, la fissò alla terza domenica dopo l’Epifania “omnibus potentibus”, ma fu papa Benedetto XV che nel 1921 la estese a tutta la Chiesa, fissandola alla domenica compresa nell’ottava dell’Epifania; papa Giovanni XXIII la spostò alla prima domenica dopo l’Epifania; attualmente è celebrata nella domenica dopo il Natale o, in alternativa, il 30 dicembre negli anni in cui il Natale cade di domenica.



La celebrazione fu istituita per dare un esempio e un impulso all’istituzione della famiglia, cardine del vivere sociale e cristiano, prendendo a riferimento i tre personaggi che la componevano, figure eccezionali sì ma con tutte le caratteristiche di ogni essere umano e con le problematiche di ogni famiglia.
Innanzitutto le tre persone che la componevano: Maria la prescelta fra tutte le creature a diventare la corredentrice dell’umanità, che presuppose comunque il suo assenso con l’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele.
Seguì il suo sposalizio con il giusto Giuseppe, secondo i disegni di Dio e secondo la legge ebraica; e conservando la sua verginità, avvertì i segni della gravidanza con la Visitazione a s. Elisabetta, fino a divenire con la maternità, la madre del Figlio di Dio e madre di tutti gli uomini.



E a lei toccò allevare il Divino Bambino con tutte le premure di una madre normale, ma con nel cuore la grande responsabilità per il compito affidatale da Dio e la pena per quanto le aveva profetizzato il vecchio Simeone durante la presentazione al Tempio: una spada ti trafiggerà il cuore.
Infine prima della vita pubblica di Gesù, la troviamo citata nei Vamgeli, che richiama Gesù ormai dodicenne, che si era fermato nel Tempio con i dottori, mentre lei e Giuseppe lo cercavano angosciati da tre giorni.



Giuseppe è l’altro componente della famiglia di Gesù, di lui non si sa molto; i Vangeli raccontano il fidanzamento con Maria, l’avviso dell’angelo per la futura maternità voluta da Dio, con l’invito a non ripudiarla, il matrimonio con lei, il suo trasferirsi con Maria a Betlemme per il censimento, gli episodi connessi alla nascita di Gesù, in cui Giuseppe fu sempre presente.



Fu sempre lui ad essere avvisato in sogno da un angelo, dopo l’adorazione dei Magi, di mettere in salvo il Bambino dalla persecuzione scatenata da Erode il Grande e Giuseppe proteggendo la sua famiglia, li condusse in Egitto al sicuro.
Dopo la morte dello scellerato re, ritornò in Galilea stabilendosi a Nazareth; ancora adempì alla legge ebraica portando Gesù al Tempio per la circoncisione, offrendo per la presentazione alcune tortore e colombe.



La tradizione lo dice falegname, ma il Vangelo lo designa come artigiano; viene ancora menzionato nei testi sacri, che conduce Gesù e Maria a Gerusalemme, e qui con grande apprensione smarrisce Gesù, che aveva dodici anni, ritrovandolo dopo tre giorni che discuteva con i dottori nel Tempio; ritornati a Nazareth, come dice il Vangelo, il Bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e la grazia di Dio era sopra di lui.
Di lui non si sa altro, nemmeno della sua morte, avvenuta probabilmente prima della vita pubblica di Gesù, cioè prima dei 30 anni.
La terza persona della famiglia è Gesù; con la sua presenza essa diventa la Sacra Famiglia; anche della sua infanzia non si sa praticamente niente; Egli, il Figlio di Dio, vive nel nascondimento della sua famiglia terrena, ubbidiente a sua madre ed a suo padre, collaborando da grandicello nella bottega di Giuseppe, meraviglioso esempio di umiltà.



Certamente assisté il padre putativo nella sua vecchiaia e morte, come tutti i buoni figli fanno, ubbidientissimo alla madre, ormai vedova, fino ad operare per sua richiesta, il suo primo miracolo pubblico alle nozze di Cana.



Non sappiamo quanti anni trascorsero con la Sacra Famiglia ridotta senza Giuseppe, il quale, se non fu presente negli anni della vita pubblica di Cristo, né alla sua Passione e morte e negli eventi successivi, la sua figura nella Cristianità, si diffuse in un culto sempre più crescente, in Oriente fin dal V secolo, mentre in Occidente lo fu dal Medioevo, sviluppandosi specie nell’Ottocento; è invocato per avere una buona morte, il nome Giuseppe è tra i più usati nella Cristianità.



Pio IX nel 1870 lo proclamò patrono di tutta la Chiesa; nel 1955 Pio XII istituì al 1° maggio la festa di s. Giuseppe artigiano; dal 1962 il suo nome è inserito nel canone della Messa.



La Sacra Famiglia è stato sempre un soggetto molto ispirato nella fantasia degli artisti, i maggiori pittori di tutti i secoli hanno voluto raffigurarla nelle sue varie espressioni della Natività, Adorazione dei Magi, Fuga in Egitto, nella bottega da artigiano (falegname), ecc.
Il tema iconografico ha largamente ispirato gli artisti del Rinascimento, esso è composto in genere da Maria, Giuseppe e il Bambino oppure da Sant’Anna, la Vergine e il Bambino. Le più note rappresentazioni sono quella di Masaccio con s. Anna e quella di Michelangelo con s. Giuseppe, più conosciuta come Tondo Doni. È da ricordare in campo scultoreo e architettonico la “Sagrada Familia” di Antonio Gaudì a Barcellona.



Numerose Congregazioni religiose sia maschili che femminili, sono intitolate alla Sacra Famiglia, in buona parte fondate nei secoli XIX e XX; come le “Suore della Sacra Famiglia”, fondate a Bordeaux nel 1820 dall’abate P.B.Noailles, dette anche ‘Suore di Loreto’; le “Suore della Sacra Famiglia di Nazareth” fondate nel 1875 a Roma, dalla polacca Siedliska; le “Piccole Suore della Sacra Famiglia” fondate nel 1892, dal beato Nascimbeni a Castelletto di Brenzone (Verona); i “Preti e fratelli della Sacra Famiglia” fondati nel 1856 a Martinengo, dalla beata Paola Elisabetta Cerioli; i “Figli della Sacra Famiglia” fondati nel 1864 in Spagna da José Mananet e tante altre.


Autore: Antonio Borrelli


(http://www.santiebeati.it)

giovedì 23 dicembre 2010

Gli effetti del sacrificio Eucaristico


tratto dalla "Somma di Teologia dogmatica" di padre Giuseppe Casali




TESI - Il Sacrificio della Messa non è solo di adorazione e ringraziamento, ma ancora impetratorio e propiziatorio per i vivi e i defunti.


E’ DI FEDE


dal Conc. di Trento (D. B. 950). «Se alcuno dirà che il Sacrificio della Messa è soltanto di lode e di ringraziamento, o una nuda commemorazione del Sacrificio compiuto sulla Croce, e non propiziatorio; o che giova a colui solo che lo riceve, nè si debba offrire per i vivi e defunti, per i peccati, le pene, le soddisfazioni e le altre necessità, sia scomunicato».


SPIEGAZIONE: Questi quattro effetti del Sacrificio Eucaristico, corrispondono ai quattro fini della Religione e della Redenzione.
I primi due e cioè l’adorazione (sacrificio intrinseco) e il ringraziamento (eucaristico) sono relativi a Dio cui Gesù nell’Eucaristia dà una infinita lode e ringraziamento.
I secondi due e cioè la propiziazione e l’impetrazione sono relativi all’uomo.
Infatti per la immolazione di Gesù, Dio viene reso propizio, cioè placato dei peccati, di cui elargisce il perdono, e come dà questo beneficio più grande, più ancora è disposto a concedere le altre grazie per la impetrazione che offre per noi Gesù.
Perciò nella parola «propiziatorio» usata dal Concilio, è compreso pure l’effetto «impetratorio», che del resto viene meglio determinato dalle parole che seguono. Questa propiziazione poi non si limita al solo sacerdote o ai fedeli viventi, ma ancora ai defunti che sono nella Chiesa purgante.


PROVA:


A) - DALLA CONNESSIONE DEL SACRIFICIO DELLA MESSA CON QUELLO DELLA CROCE. Nella tesi precedente abbiamo veduto, insieme alle differenze, l’identità sostanziale della Messa col Sacrificio della Croce. Se identica è la Vittima, il Sacerdote, identici sono pure i fini, per cui il Tridentino dichiara: «i frutti di questa oblazione cruenta si ricevono abbondantissimamente per mezzo di questa» (la Messa).


B) - LA SCRITTURA dichiara espressamente il valore propiziatorio: «Questo è il mio sangue, che viene sparso per molti in REMISSIONE DEI PECCATI».
Gesù pronunciava queste parole proprio nella istituzione del Sacramento eucaristico.


C) - I PADRI. S. Cirillo di Gerusalemme (Cat. Myst. 5,8) in una frase mostra il valore propiziatorio per la remissione dei peccati e impetratorio per la pace: «Su quella ostia di propiziazione scongiuriamo Dio per la pace comune della Chiesa».
S. Agostino (Quaest. in Lev. 57) fa un confronto coi Sacrifici dell’Antico Testamento, figura della Messa: «In quei Sacrifici del V. T. era significato questo solo (Sacrificio) nel quale avviene la vera remissione dei peccati».


D) - TUTTA LA LITURGIA della Messa è piena di espressioni che esprimono l’adorazione, il ringraziamento, la propiziazione e l’impetrazione: «offrono questo Sacrificio di lode.., per la redenzione delle loro anime». Anche in tutte le orazioni del giorno o si ringrazia o si loda il Signore, o si chiedono grazie, o si invoca l’eterno riposo per i defunti.


Come si producono questi effetti


La Messa produce i suoi effetti in due modi:


1) ex opere operato;


2) ex opere operantis.


1) EX OPERE OPERATO, cioè come spiegammo di per sè indipendentemente dall’opera di chi vi partecipa. Non però nell’identico modo come avviene nei, Sacramenti, i quali agiscono come causa strumentale. Qui invece gli effetti sono prodotti dalla dignità della cosa offerta e dell’offerente principale.
Dice il Conc. di Trento (D. B. 939) che «questa monda oblazione è tale che non può venire inquinata da nessuna indegnità o malizia degli offerenti».


2) EX OPERE OPERANTIS sono quei frutti che provengono per il merito, del Sacerdote celebrante o dei fedeli.
In conseguenza:


a) L’effetto Latreutico ed eucaristico si ottiene ex opere operato infallibilmente e immediatamente mediante il Cristo.


Infatti essendo questi due fini relativi a Dio hanno per parte del Cristo il completo adempimento con una perfettissima adorazione e ringraziamento di valore infinito.
Per parte loro IL SACERDOTE E I FEDELI possono unire al Sacrificio la loro adorazione e ringraziamento ex opere operantis, quindi più o meno grande, secondo le loro disposizioni.


b) L’effetto propiziatorio ex opere operato si ottiene in modo diverso.
Esso si ottiene INFALLIBILMENTE e IMMEDIATAMENTE per parte di Cristo come placazione della divina Giustizia.
Si ottiene pure INFALLIBILMENTE e IMMEDIATAMENTE, almeno in parte secondo il beneplacito divino e le disposizioni di colui per cui si offre, la remissione della pena temporale dovuta ai peccati.
Invece si ottiene MEDIATAMENTE e NON INFALLIBILMENTE, quatunque «ex opere operato» riguardo ai peccati, sia mortali che veniali.
Mediatamente perchè gli aiuti della grazia che ci provengono dalla Messa dispongono al pentimento dei peccati, ma per toglierli «ex opere operato» è necessaria la Confessione o un altro Sacramento dei vivi, che per accidens diventa dei morti per chi ha il peccato mortale, nei casi spiegati; «ex opere operantis» è necessaria la carità perfetta.
Non infallibilmente perchè nonostante che il peccatore nella Messa riceva le grazie per far penitenza tuttavia può rifiutarle.


c) L’effetto impetratorio si ottiene ex opere operato, ma per modo di impetrazione, quindi non infallibilmente.
Così, secondo una sentenza comune.
Infatti il Conc. di Trento oltre a dichiarare che si offre per i peccati, aggiunge che si offre pure «per le altre necessità». Quindi Gesù invoca il Padre per queste necessità spirituali e anche temporali che siano ordinate alla salvezza eterna. Per parte di Gesù la preghiera viene certo esaudita, però sono necessarie per parte dell’uomo alcune condizioni che a volte possono mancare e rende così la impetrazione inesaudita.
Da quanto abbiamo detto si vede che oltre la parte «ex opere operato», per ogni effetto, vi è un’altra parte «ex opere operantis» con cui può essere aumentato il frutto dal celebrante e dai presenti al Sacrificio, e dalle preghiere di tutta la Chiesa.


d) Gli effetti della Messa sono di valore infinito per parte della vittima e del principale offerente che è Gesù; sono invece limitati nella loro applicazione.
Infatti se ogni azione di Gesù, Verbo Incarnato ha un valore infinito, è chiaro che l’applicazione è finita, non solo per la limitatezza della creatura, ma ancora per le disposizioni con cui riceve il frutto.
Dalla Messa derivano tre frutti:


1 - Un frutto generale che si estende a giovamento di tutta la Chiesa Militante e Purgante.


2 - Un frutto speciale che và a coloro per cui si offre.


3 - Un frutto specialissimo che va al Sacerdote che la celebra.



martedì 21 dicembre 2010

Principi ispiratori per la costruzione di chiese


PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA


RELAZIONE DI S.E. MONS. MAURO PIACENZA


Principi ispiratori per la costruzione di chiese e di spazi
per la celebrazione e l’adorazione dell’Eucaristia


Roma, Palazzo Doria-Pamphili, 8 giugno 2005



Introduzione



Il progetto di una chiesa edificio è complesso e articolato. Esso si fonda sulla concezione del culto divino che tale spazio accoglie e manifesta. Corrispondendo alla logica dell’incarnazione, per cui le realtà spirituali trovano espressione in quelle sensibili, il luogo sacro è il rivestimento corporale dell’azione liturgica; esso è «simbolo iconico» della Chiesa che si ritiene «corpo mistico» di Cristo. Ne discende che l’impostazione di una chiesa edificio muove dalla concezione ecclesiale dello spazio di culto. Questa è soggetta al divenire tanto rituale quanto culturale. Il primo è dovuto alla diversa riflessione della Chiesa a livello teologico, ecclesiologico, liturgico, spirituale, tenendo presente comunque la perennità delle linee di fondo; il secondo alla diversa compagine psicologica, sociale, culturale. Tenendo presente i due fronti si attiva l’impegno di una corretta inculturazione della fede nell’azione rituale. Tale impegno è primario per la committenza e va assunto dai progettisti.


L’ecclesialità nella progettazione cultuale


La costruzione di una chiesa edificio è evento ecclesiale, poiché simboleggia l’edificazione stessa della comunità cristiana che celebra i «divini misteri» e «pregusta le realtà celesti». La configurazione dello spazio dedicato al culto richiede quindi fedeltà al dato dottrinale spiritualità e creatività. Questi requisiti sono ineludibili. Attraverso il genio creativo è infatti possibile inventare forme architettoniche atte ad esprimere contenuti che riflettono la visione ecclesiale. L’architetto, attraverso la personale apertura spirituale, deve cogliere il senso religioso cristiano onde tradurlo in soluzioni spaziali congrue alle esigenze liturgiche.


I paradigmi evangelici


Coerentemente al principio generale della religione «in spirito e verità» (Gv 4,23), Dio può essere adorato ovunque senza specifiche delimitazioni spaziali, e soprattutto va adorato con verità caritatevole nel profondo del proprio intimo nello spirito del logos incarnato. Per questi motivi, i riferimenti neotestamentari a modelli architettonici specifici sono scarsi.


Il vangelo elenca, quali «luoghi» teologico-cultuali in prospettiva redentiva, il Cenacolo, il Calvario, il Sepolcro vuoto. Il Cenacolo è luogo conviviale descritto come spazio «magnum et stratum», cioè ben dimensionato in riferimento agli occupanti e decorosamente coperto di tappeti, oltre che appartato e raccolto (cf Mc 14,14-15). Il Calvario è luogo infamante, fuori dalle mura di Gerusalemme, usato per le condanne a morte, per cui contrasta con qualsiasi dedicazione sacrale (cf Ebr 13), celebrando l’eclissi del divino nella chenosi del Verbo incarnato. Il Sepolcro è invece luogo dignitoso, scavato nella roccia e non ancora utilizzato, ma pur sempre deputato ad accogliere spoglie mortali. Nel Cenacolo Gesù istituisce l’Eucaristia come memoriale per attualizzare in ogni tempo la sua presenza; sul Calvario celebra il sacrificio della sua morte per la salvezza dell’umanità; nel sepolcro compie la discesa agli inferi e la gloriosa resurrezione per inverare «parole e opere» presenti nelle Scritture. Tali «luoghi» teologizzati si combinano nella concezione dell’altare cristiano, segno cultuale per eccellenza, che diventa in Cristo ara sacrificale, mensa conviviale, ricordo sepolcrale. L’altare è dunque il fulcro architettonico dell’edificio cultuale che lo contiene.


La primitiva comunità cristiana è costretta ad abbandonare il tempio e la sinagoga, poiché entra in opposizione al giudaismo e si dirige ai gentili. «Luogo» dell’evangelizzazione è la diaspora dei credenti «fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,8), per cui tutti gli areopaghi sono utili per annunciare «Cristo, crocifisso e risorto». «Luogo» della «fractio panis» è qualsiasi ambiente domestico e feriale che va dal rifugio di Emmaus, alle rive del mare di Galilea, al Cenacolo, alle case patrizie romane, «domus ecclesiae». Grande rispetto è riservato al «luogo» della sepoltura, specialmente dei martiri, sicché la chiesa romana primitiva adotta l’impianto delle catacombe, quale spazio privilegiato di accoglienza per i defunti «in attesa della resurrezione finale». «Luogo» decisamente cultuale per la comunità accresciuta numericamente è la «basilica», adottando dalla cultura architettonica romana uno spazio pubblico.


I criteri compositivi


I criteri compositivi di una chiesa edificio si fondano sulla natura dell’habitat cultuale. Si tratta di uno spazio complesso e organico, simbolico e iconografico che si offre ai christifideles convocati in santa assemblea per la celebrazione dei divini misteri. È dunque luogo comunitario, sacramentale, mistagogico, escatologico. Ai fini della sua configurazione è importante il rispetto della memoria per l’inculturazione nella Tradizione, il rispetto della liturgia per l’inculturazione nei riti (lex orandi, lex credendi).


La costruzione di una chiesa edificio si imposta su un tessuto narrativo ordinato da determinati criteri di composizione. Questi devono essere compresi da parte dei fruitori, al fine di cogliere il nesso del racconto, onde comparteciparvi intimamente lasciandosi così afferrare dal divino. L’architettura cultuale non inventa lo schema delle strutture che elabora con genialità creativa, giacché questo emerge dalle esigenze rituali. Essa deve però infondere bellezza al componimento spaziale per conferire all’azione liturgica la necessaria sacralità attraverso cui sperimentare l’ineffabile divino.


La chiesa edificio dev’essere uno spazio caratterizzato tanto all’esterno quanto all’interno.


Il coordinamento architettonico


Un sistema narrativo coerente e comprensibile dà figura allo spazio dedicabile al sacro in un programma iconografico unitario. Esso si realizza componendo progettualmente architettura, decorazione, pittura, scultura, vetrate, arredo, vesti, suppellettili, luci, suoni. L’insieme di questi elementi struttura un’entità organica vivificata dall’azione liturgica. Si viene così a generare un universo ordinato al culto e abitato dalla comunità.


Ogni elemento diventa parte integrante di un’unica «installazione» che trova fulcro nell’altare. Tale «installazione» va soggetta a mutamenti. Ordinariamente varia in riferimento ai tempi liturgici e ai riti celebrati. Lo spazio deve essere allora strutturato in modo che si possano prevedere effimeri occasionali, giochi luminosi, percorsi processionali, zone differenti. Lo stile, sempre e comunque, deve disporre i fedeli al raccoglimento religioso.


L’ideologia spaziale


Lo spazio interno deve garantire l’attiva partecipazione dei fedeli. Occorre quindi che gli elementi rituali siano visibili e comprensibili, che i fedeli possano sostare seduti o muoversi in processione, che la struttura sia dimensionata alle esigenze rituali e al numero dei partecipanti. Inoltre, all’interno, si deve creare un clima di raccoglimento nella partecipazione, per cui è importante che il sistema di illuminazione, la diffusione del suono, la climatizzazione dell’ambiente diano agio ai fedeli.


Anche l’esterno ha valori cultuali, perciò non va disdegnato l’elemento narrativo che si fa annuncio e invito attraverso il presentarsi delle architetture, l’esporsi di iconografie, il ricorso delle dediche e il suono delle campane. Non va trascurato il rapporto con l’intorno urbanistico, coordinando sagrato e portale, materiali e stili. Diventa auspicabile la costruzione di ambienti annessi alla chiesa edificio, specie se parrocchiale, perché alla lex orandi si deve pastoralmente coniugare la lex vivendi.


Strutturalmente la chiesa edificio genera un impatto ambientale. Volumi, stile, materiali entrano in relazione con gli altri edifici e con il paesaggio. Si pone quindi il problema progettuale di caratterizzare la struttura dedicata al culto. Di norma l’edificio deve essere ben riconoscibile.


Nel passato, costruzioni anche possenti – come i complessi monastici e i santuari – non turbavano oltremodo il paesaggio, giacché pensati in riferimento alla natura e costruiti con materiali naturali. Attualmente, la scelta di materiali artificiali ed eterogenei al paesaggio va attentamente ponderata e vanno studiati volumi capaci di accordarsi con il territorio. Dal momento che la chiesa edificio celebra l’incontro dell’uomo con Dio non deve far dimenticare che tale incontro è innanzitutto possibile nell’itinerario che dalla creazione conduce al Creatore.


La tipologia interna


All’interno, lo spazio cultuale si articola in diversi luoghi: battistero, presbiterio, aula, schola, penitenzieria, cappella per la custodia del sacramento, cripte, cappelle votive, sepolture, ecc. Ciascuno di questi ambienti deve la sua identità al fatto che è «luogo» liturgico ed è iconograficamente integrabile.


1) Il battistero è il luogo in cui i catecumeni diventano cristiani. Dal momento che il catecumeno non appartiene ancora alla Chiesa, tale luogo va distinto dall’aula e soprattutto dal presbiterio. Pertanto l’area battesimale deve essere chiaramente diversificata attraverso ribassamenti pavimentali, quinte murarie, volumi circoscritti.


2) Il presbiterio è il luogo principale per l’azione cultuale ed è riservato ai sacri ministri. Si tratta di un’area architettonicamente separata dal resto della chiesa attraverso un sistema di pedane gradonate, marcature cromatiche, arredi architettonici. Si contraddistingue in tre poli cristologici – altare, ambone, sede – ed è sormontato dal crocifisso.


3) L’altare costituisce il fulcro di progettazione dell’intera chiesa edificio, poiché su di esso si celebra il santo sacrificio. È ara in cui Cristo si offre quale vittima sacrificata e sommo sacerdote; è mensa a cui Cristo invita i suoi discepoli per la santa cena nel suo aspetto di memoria e memoriale; è sepolcro che ricorda la morte e resurrezione di Cristo.


4) Come l’altare è la mensa del sacrificio, l’ambone è la mensa della parola. È auspicabile che sia fisso, distinto dal resto del presbiterio, dotato di una struttura avvolgente.


5) La sede è invece il segno della presidenza da dove il celebrante, in persona Christi, presiede la comunità riunita in santa assemblea. Da un punto di vista progettuale è opportuno che altare, ambone e sede abbiano un coordinamento stilistico, onde assimilare iconograficamente Cristo-parola, Cristo-sacrificio, Cristo-capo.


6) Il tabernacolo è il luogo della custodia eucaristica e non solo della cosiddetta “riserva”. Nelle chiese di nuova costruzione è opportuno predisporre una cappella per l’adorazione eucaristica in continuità architettonica con l’area presbiteriale; essa potrebbe anche assolvere alla funzione di cappella per le celebrazioni feriali. Negli adeguamenti liturgici si devono evitare collocazioni del tabernacolo in luoghi poco perspicui ed architettonicamente incongrui. Quando il tabernacolo è collocato al centro del presbiterio deve sormontare l’impianto generale ed essere di accesso celebrativo. In tal caso la sede, se centrale, non deve coprirlo e neppure dovrebbe coprirlo il presidente quando è alla sede. Per permettere un adeguato rispetto della conservazione eucaristica e dell’azione liturgica è opportuno che il tabernacolo non sia collocato parallelamente all’ambone, o in interferenza con gli altri luoghi celebrativi. Quanto alla struttura, il tabernacolo, oltre a garantire l’inviolabilità prescritta, deve avere forma nobile ed iconografia coerente, così da significare la presenza reale inducendo all’adorazione personale.


7) L’aula è il luogo dell’assemblea. Va progettata in modo che i fedeli possano muoversi e sostare agevolmente secondo le esigenze rituali. Sono quindi da prevedersi sedili, inginocchiatoi (ormai troppo spesso dimenticati), percorsi, varchi. È importante garantire ai partecipanti la visibilità del presbiterio e la diffusione del suono, al fine di rendere possibile l’attiva partecipazione. Nella sistemazione dell’aula si possono destinare zone alla collocazione di arredi idonei per la celebrazione dei matrimoni e dei funerali.


8) La penitenzieria è invece il luogo dedicato alla celebrazione della riconciliazione. Dal momento che la Chiesa esige la confessione auricolare, tale luogo deve prevedere spazi per l’incontro riservato tra confessore e penitente.


Nella chiesa edificio possono altresì trovarsi cappelle votive volute dalla pietà popolare che però non devono imporsi surrettiziamente sull’impianto generale. In questi casi il criterio artistico va correlato a quello devozionale. Comunque l’inserimento di nuove effigi non deve essere affidato al gusto e ai desideri di singoli, ma guidato dai responsabili della pastorale e dagli esperti dell’arte. Gusto e devozioni vanno infatti convenientemente educati alla scuola della fede perenne della Chiesa.


La chiesa edificio è dunque metafora della nuova Gerusalemme, narrando iconograficamente l’intima unione tra la Chiesa peregrinante, la Chiesa purificante e la Chiesa trionfante. Simboli figurativi e non figurativi vanno dunque fruiti con un’ermeneutica teologica e in un contesto liturgico.


Conclusione


Nella coscienza della Chiesa l’ambiente cultuale non è un insieme di elementi giustapposti, ma un unum per se che si sostanzia dall’evento celebrativo. Vanno dunque evitate ripetizioni iconografiche, contenuti erronei, impianti farraginosi, forme depravate, ecc. Il sistema è paragonabile ad un organismo vivente, che è composto di innumerevoli parti, ma deve la sua essenza al fatto di costituire un organismo animato. Perciò come in un vivente la vivisezione fa perdere l’elemento peculiare della vita, così per una chiesa edificio la scomposizione ne altera irrimediabilmente l’essenza.


Inoltre, come un organismo vivente si evolve nel tempo senza con questo mutare mai d’identità, così la chiesa edificio cambia in riferimento alle esigenze liturgiche e alle congiunture storiche mantenendo la propria essenza.


Ogni parte della chiesa edificio è dunque ordinata ad un insieme superiore e riceve linfa vitale dal culto divino. Si tratta di tante tessere di un unico mosaico, il cui artefice ultimo è Dio e il cui disegno celebra in Cristo logos incarnato il suo incontro con la comunità.


Mauro Piacenza
Presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

venerdì 17 dicembre 2010

Antifone maggiori dell'Avvento

O Sapienza,
che esci dalla bocca dell'Altissimo,
ed arrivi ai confini della terra con forza,
e tutto disponi con dolcezza:
vieni ad insegnarci la via della prudenza.

Le antifone maggiori dell'Avvento (o anche antifone O, perché cominciano tutte con il vocativo "O") sono sette antifone latine proprie della Liturgia delle Ore secondo il rito romano. Vengono cantate come antifone del Magnificat nei vespri e come versetto alleluiatico del Vangelo nella Messa delle ferie maggiori dell'Avvento, dal 17 al 23 dicembre.

La loro origine è sconosciuta, ma Boezio le menziona già nel sesto secolo a Roma. Spesso sono state musicate. I sostantivi con cui ogni antifona si apre hanno origine nella Bibbia e sono utilizzati come titoli di Gesù Cristo.
È stato osservato fin dal Medioevo che le lettere iniziali di questi stessi sostantivi, lette partendo dall'ultima antifona, formano la frase latina

E R O C R A S

cioè "Domani sarò qui", una espressione che sottolinea il carattere di attesa proprio dell'Avvento.

giovedì 16 dicembre 2010

Il sogno delle due colonne



Tra i sogni di Don Bosco, uno dei più noti è quello conosciuto con il titolo di «Sogno delle due colonne». Lo raccontò la sera del 30 maggio 1862.
«Figuratevi — disse — di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio sopra uno scoglio isolato, e di non vedere attorno a voi altro che mare. In tutta quella vasta superficie di acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, con le prore terminate a rostro di ferro acuto a mo’ di strale. Queste navi sono armate di cannoni e cariche di fucili, di armi di ogni genere, di materie incendiarie e anche di libri. Esse si avanzano contro una nave molto più grande e alta di tutte, tentando di urtarla con il rostro, di incendiarla e di farle ogni guasto possibile.
A quella maestosa nave, arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle che da lei ricevono ordini ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalla flotta avversaria. Ma il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.
In mezzo all’immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l’una dall’altra. Sopra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, ai cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: “AUXILIUM CHRISTIANORUM”; sull’altra, che è molto più alta e grossa, sta un’OSTIA di grandezza proporzionata alla colonna, e sotto un altro cartello con le parole: “SALUS CREDENTIUM”.
Il comandante supremo della grande nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, convoca intorno a sé i piloti delle navi secondarie per tenere consiglio e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando sempre più la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi.
Fattasi un po’ di bonaccia, il Papa raduna intorno a sé i piloti per la seconda volta, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.
Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portare la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte àncore e grossi ganci attaccati a catene.
Le navi nemiche tentano di assalirla e farla sommergere: le une con gli scritti, con i libri, con materie incendiarie, che cercano di gettare a bordo; le altre con i cannoni, con i fucili, con i rostri. Il combattimento si fa sempre più accanito; ma inutili riescono i loro sforzi: la grande nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta nei suoi fianchi larga e profonda fessura, ma subito spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.
Frattanto i cannoni degli assalitori scoppiano, i fucili e ogni altra arma si spezzano, molte navi si sconquassano e si sprofondano nel mare. Allora i nemici, furibondi, prendono a combattere ad armi corte: con le mani, con i pugni e con le bestemmie.
A un tratto il Papa, colpito gravemente, cade. Subito è soccorso, ma cade una seconda volta e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio.
Senonché, appena morto il Papa, un altro Papa sottentra al suo posto. I piloti radunati lo hanno eletto così rapidamente che la notizia della morte del Papa giunge con la notizia della elezione del suo successore. Gli avversari cominciano a perdersi di coraggio.
Il nuovo Papa, superando ogni ostacolo, guida la nave in mez zo alle due colonne, quindi con una catenella che pende dalla prora la lega a un’ancora della colonna su cui sta l’Ostia, e con un’altra catenella che pende a poppa la lega dalla parte opposta a un’altra àncora che pende dalla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.
Allora succede un gran rivolgimento: tutte le navi nemiche fuggono, si disperdono, si urtano, si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre, mentre le navi che hanno combattuto valorosamente con il Papa, vengono anch’esse a legarsi alle due colonne. Nel mare ora regna una grande calma».
A questo punto Don Bosco interroga Don Rua:
— Che cosa pensi di questo sogno?
Don Rua risponde:
— Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, le navi gli uomini, il mare il mondo. Quelli che difendono la grande nave sono i buoni, affezionati alla Chiesa; gli altri, i suoi nemici che la com battono con ogni sorta di armi. Le due colonne di salvezza mi sembra che siano la devozione a Maria SS. e al SS. Sacramento del l’Eucaristia.
— Hai detto bene — commenta Don Bosco —; bisogna soltanto correggere una espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla rispetto a quello che deve accadere. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio: Devozione a Maria SS., frequente Comunione.
Il servo di Dio cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, dava tanta importanza a questa visione, che nel 1953, quando fu a Torino come Legato Pontificio al Congresso Eucaristico Nazionale, la notte sul 13 settembre, durante il solenne pontificale di chiusura, sulla Piazza Vittorio, gremita di popolo, diede a questo sogno una parte rilevante della sua Omelia.
Disse tra l’altro: « In quest’ora solenne, nell’Eucaristica Torino del Cottolengo e di Don Bosco, mi torna in mente una visione profetica che il Fondatore del Tempio di Maria Ausiliatrice narrò ai suoi nel maggio del 1862. Gli sembrò di vedere la flotta della Chiesa battuta qua e là dai flutti di una orribile tempesta; tanto che, ad un certo momento, il supremo condottiero della nave capitana — Pio IX — convocò a consiglio i gerarchi delle navi minori.
Purtroppo la bufera, che mugghiava sempre più minacciosa, in terruppe a mezzo il Concilio Vaticano (è da notare che Don Bosco annunciava questi eventi otto anni prima che avvenissero). Nelle alterne vicende di quegli anni, per ben due volte gli stessi Supremi Gerarchi soccombettero al travaglio. Quando successe il terzo, in mezzo all’oceano furente cominciarono ad emergere due colonne, in cima alle quali trionfavano i simboli dell’Eucaristia e della Vergine Immacolata.
A quella apparizione il nuovo Pontefice — il Beato Pio X — prese animo e con una salda catena, agganciò la nave Capitana di Pietro a quei due solidi pilastri, calando in mare le ancore.
Allora i navigli minori cominciarono a vogare strenuamente per raccogliersi attorno alla nave del Papa, e così scamparono dal naufragio. La storia confermò la profezia del Veggente. Gli inizi pontifi cali di Pio X con l’àncora sullo stemma araldico coincisero appunto con il cinquantesimo anno giubilare della proclamazione dog matica della Concezione Immacolata di Maria, e venne festeggiata in tutto l’orbe cattolico. Tutti noi vecchi ricordiamo l’8 dicembre 1904, in cui il Pontefice in San Pietro circondò la fronte del l’Immacolata d’una preziosa corona di gemme, consacrando alla Madre tutta intera la famiglia che Gesù Crocifisso le aveva commesso.
Il condurre i pargoli innocenti e gli infermi alla Mensa Eucaristica entrò parimenti a far parte del programma del generoso Pontefice, che voleva restaurare in Cristo tutto quanto l’orbe. Fu così che, finché visse Pio X, non ci fu guerra, ed Egli meritò il titolo di pacifico Pontefice dell’Eucaristia.
Da quel tempo le condizioni internazionali non sono davvero migliorate; così che l’esperienza di tre quarti di secolo ci conferma che la nave del Pescatore sul mare in burrasca può sperare sal vezza solo con l’agganciarsi alle due colonne dell’Eucaristia e dell'Ausiliatrice, apparse in sogno a Don Bosco » (da L’Italia del 13 settembre 1953).
Lo stesso santo card. Schuster, un giorno disse a un Salesiano:
« Ho visto riprodotta la visione delle due colonne. Dica ai suoi Superiori che la facciano riprodurre in stampe e cartoline, e la diffondano in tutto il mondo cattolico, perché questa visione di Don Bosco è di grande attualità: la Chiesa e il popolo cristiano si salveranno con queste due devozioni: l’Eucaristia e Maria, Aiuto dei Cristiani».

mercoledì 15 dicembre 2010

ROSARIO E ADORAZIONE EUCARISTICA

Pubblichiamo un editoriale di Riccardo Barile, apparso sul numero del 10 ottobre 1999 della rivista "Vita Pastorale", riguardante l'opportunità della recita del rosario durante l'esposizione del SS.mo.

ROSARIO E ADORAZIONE EUCARISTICA?

di RICCARDO BARILE

Su richiesta di un vescovo, la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha formulato un’ampia risposta circa la recita del rosario dinanzi alla SS.ma Eucaristia esposta per l’adorazione. La risposta è del 15.1.1997 e, oltre la lettera del Pro-Prefetto, prosegue con una serie di più ampie considerazioni nonché un documento della Penitenzieria apostolica che assicura potersi anche in tal modo lucrare le previste indulgenze. Un testo quindi lungo ed elaborato, pubblicato su Notitiae 7-8/1998, pp. 506-511. Di fatto, escluso un servizio su Vita in Cristo e nella Chiesa 5/1999, pp. 50-53, i testi di cui sopra non hanno trovato ampio riscontro su altre riviste pastorali, forse perché non si riteneva rilevante la problematica.

Eppure non c’è bisogno di citare Giovanni Paolo II nella Redemptoris Mater per costatare che «la pietà del popolo cristiano ha sempre ravvisato un profondo legame tra la devozione alla Vergine e il culto dell’eucaristia (...). Maria guida i fedeli all’eucaristia» (n. 44: Ench. Vat. 10/1396). Così come non ci si può nascondere che la recita del rosario di fatto avviene durante le esposizioni eucaristiche e non sempre in modo corretto. Tanto vale affrontare, anche se timidamente ma apertamente, la questione.

La risposta del Dicastero vaticano anzitutto rievoca alcuni princìpi orientativi: la necessità di armonizzare i pii esercizi con la liturgia e i tempi liturgici; la connessione dell’esposizione eucaristica con la liturgia e la raccomandazione autorevole del rosario nonché la costante per cui «il sentire cattolico non separa mai Cristo da sua Madre, né Maria da suo Figlio»; l’invito altrettanto autorevole a valorizzare la pietà popolare pur evangelizzandola di continuo. Per quanto riguarda l’esposizione eucaristica, essendo previsto che in essa i fedeli incentrino la loro pietà sul Cristo Signore – e allo scopo si predispongano letture bibliche, omelia, brevi esortazioni ecc. –, si rammenta che il rosario, secondo Paolo VI nella Marialis cultus, «è preghiera di orientamento nettamente cristologico (oratio... quae ad rem christologicam prorsus convertitur)» (n. 46: EV 5/77), lasciando così intendere che è possibile e forse anche agevole un suo uso nell’adorazione eucaristica.

In pratica il documento sopracitato orienta così le scelte:

  • a) la preghiera davanti al SS.mo va «fatta secondo lo spirito dei documenti della Chiesa» e non necessariamente «con lo stesso stile, mentalità e preghiere come prima del Concilio»;
  • b) «si deve promuovere la recita del rosario nella sua forma autentica, cioè con il suo senso cristologico»;
  • c) «non si espone l’Eucaristia solo per recitare il rosario, ma si può includerlo tra le preghiere che si fanno sottolineandone gli aspetti cristologici con letture bibliche relative ai misteri e lasciando spazio alla loro meditazione silenziosa e adorante».

Restano degli interrogativi e sono possibili altri sviluppi a partire dalla considerazione che, se prima recitare il rosario dinanzi al SS.mo era un dato di fatto da cui si poteva astrarre, ora siamo in presenza di una autorevole giustificazione che non può restare ignorata.

È inutile nascondersi che un certo numero di liturgisti o di operatori pastorali sensibili alla liturgia non hanno accolto con entusiasmo tali determinazioni, vedendole al massimo come una tappa di un più lungo percorso, destinata a essere modificata dalle tappe successive. Il che è sempre possibile, se si pensa che Leone XIII stabilì «che se il rosario si recita la mattina, si celebri contemporaneamente la Messa, se invece di sera, si esponga il SS.mo Sacramento all’adorazione dei fedeli» (Superiore anno: Ench. delle Encicliche 3/441) – si noti che questo tipo di esposizione è proprio quello escluso dalla normativa sopracitata –, o che Pio XII in un documento liturgicamente decisivo come la Mediator Dei scrisse: «È fuori strada (ex recto aberret itinere) chi vuole restituire all’altare l’antica forma di mensa» (I, V: EE 6/488). Comunque, al di là di simili considerazioni, è saggezza vivere il momento presente accettando la risposta della Congregazione e interpretandola al meglio.

Il punto più delicato è che non sembra sufficiente parlare di non dividere il Figlio dalla Madre o di orientamento cristologico del rosario: questi argomenti infatti, pur veri, sono generici e da soli potrebbero giustificare anche... il rosario durante la Messa. Forse bisogna andare un po’ oltre e considerare la tipicità dell’adorazione eucaristica e la conseguente tipicità di una eventuale relazione mariana. Ora, nella venerazione a Cristo presente nel Sacramento, va ricordato che la presenza deriva dal sacrificio e tende alla comunione, per cui l’intima familiarità con Cristo, la preghiera di intercessione, l’offerta della vita, l’aumento delle virtù teologali ecc. sono finalizzati a partecipare alla celebrazione eucaristica e alla comunione (Rito della Comunione fuori della Messa e culto eucaristico, n. 88); più in concreto nelle esposizioni del SS.mo «appaia con chiarezza il suo rapporto con la Messa» (Ibidem, n. 90).

Dunque, se il riferimento resta la celebrazione dell’eucaristia e in particolare la comunione, il riferimento del rosario mariano va cercato nella tipica presenza di Maria nella celebrazione e in particolare nella preghiera eucaristica, che potrebbe essere ispirato al noto Communicantes et memoriam venerantes della vergine Maria, madre di Dio e del Signore nostro Gesù Cristo. Di conseguenza i fedeli vanno avviati a interpretare l’Ave non tanto o solo come un saluto a Maria, ma come «lode incessante a Cristo, termine ultimo dell’annuncio dell’angelo» (Marialis cultus n. 46: EV 5/77) o ancor meglio come il rallegrarsi di essere, insieme a Maria, in comunione con Cristo. Ma ci vuole attenzione, perché l’Ave Maria di per sé orienta direttamente (e lecitamente) a Maria e non a Cristo, né è un saluto mariano/eucaristico, come lo è invece questo della tradizione etiopica: «(Ave) O Vergine, che hai fatto maturare ciò che stiamo per mangiare, e sgorgare ciò che stiamo per bere!».

Ma, oltre a spiegare, si potrebbe anche addivenire a qualche concreta soluzione che dia corpo a quanto spiegato e che mantenga quanto dopo la spiegazione rischia di svanire. Oltre all’uso delle letture bibliche, citato nella risposta del Dicastero, il senso cristologico del rosario può essere posto in evidenza inserendo in esso il mistero dell’istituzione dell’eucaristia. Si potrà anche ricorrere al metodo della clausola, cioè unire al nome di Gesù una proposizione relativa variante per ogni decina ed esprimente il mistero enunciato (e tralasciare la Santa Maria che potrebbe essere usata una volta sola nell’ultima Ave della decina). Meglio di tante spiegazioni, questo metodo pone in evidenza il nome e quindi la persona di Gesù Cristo quale sbocco cristologico dell’Ave, creando così un riferimento consentaneo all’esposizione eucaristica. Si potrebbe addirittura usare una clausola fissa ispirata alla seconda delle orazioni previste per la benedizione: «...Gesù, crocifisso e risorto, presente in questo santo sacramento» (cf Rito..., n. 115).

Atteso poi che, secondo la risposta del Dicastero, «il contesto cambia sensibilmente se si tratta di un gruppo di seminaristi, di religiose, di giovani o di fedeli di una parrocchia», con alcuni gruppi particolari perché non sostituire la stessa Ave Maria con una formula di saluto mariano/eucaristico come quello etiopico o con un altro ispirato ad esempio alla finale del prefazio del formulario M. V. fonte di luce e di vita: «La Chiesa imbandisce la mensa eucaristica per nutrire i suoi figli con il pane del cielo che Maria ha dato alla luce per la vita del mondo, Gesù Cristo nostro Signore»? Sono solo testi ai quali ispirarsi, ma che vanno riformulati e non è detto che i primi tentativi sempre riescano.

Ci si potrebbe anche domandare se questo è ancora rosario. No, non lo è più, ma certo è uno sviluppo che porta avanti una linea iniziata – anche se non esplicitamente tracciata – dalla risposta del Dicastero vaticano.

E infine, in questo anno del Padre, anche nell’esposizione eucaristica bisognerebbe ricordarsi non solo di relazionare Maria a Cristo, ma Cristo al Padre (cf Rito..., nn. 88.113), evitando ogni forma di gesuismo. In fondo già la Mediator Dei interpretava la benedizione eucaristica non tanto come benedizione di Cristo, ma del Padre tramite Cristo (II, IV: EE 6/558). L’uso del rosario di Maria risulta quindi corretto se a suo modo favorisce l’itinerario classico della preghiera cristiana: per Cristo nello Spirito al Padre.

martedì 14 dicembre 2010

Maria: primo tabernacolo della storia

LETTERA ENCICLICA ECCLESIA DE EUCHARISTIA
DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II

CAPITOLO SESTO: ALLA SCUOLA DI MARIA, DONNA « EUCARISTICA »

53. Se vogliamo riscoprire in tutta la sua ricchezza il rapporto intimo che lega Chiesa ed Eucaristia, non possiamo dimenticare Maria, Madre e modello della Chiesa. Nella Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, additando la Vergine Santissima come Maestra nella contemplazione del volto di Cristo, ho inserito tra i misteri della luce anche l'istituzione dell'Eucaristia. In effetti, Maria ci può guidare verso questo Santissimo Sacramento, perché ha con esso una relazione profonda.A prima vista, il Vangelo tace su questo tema. Nel racconto dell'istituzione, la sera del Giovedì Santo, non si parla di Maria. Si sa invece che Ella era presente tra gli Apostoli, « concordi nella preghiera » (At 1,14), nella prima comunità radunata dopo l'Ascensione in attesa della Pentecoste. Questa sua presenza non poté certo mancare nelle Celebrazioni eucaristiche tra i fedeli della prima generazione cristiana, assidui « nella frazione del pane » (At 2,42).Ma al di là della sua partecipazione al Convito eucaristico, il rapporto di Maria con l'Eucaristia si può indirettamente delineare a partire dal suo atteggiamento interiore. Maria è donna « eucaristica » con l'intera sua vita. La Chiesa, guardando a Maria come a suo modello, è chiamata ad imitarla anche nel suo rapporto con questo Mistero santissimo.

54. Mysterium fidei! Se l'Eucaristia è mistero di fede, che supera tanto il nostro intelletto da obbligarci al più puro abbandono alla parola di Dio, nessuno come Maria può esserci di sostegno e di guida in simile atteggiamento. Il nostro ripetere il gesto di Cristo nell'Ultima Cena in adempimento del suo mandato: « Fate questo in memoria di me! » diventa al tempo stesso accoglimento dell'invito di Maria ad obbedirgli senza esitazione: « Fate quello che vi dirà » (Gv 2,5). Con la premura materna testimoniata alle nozze di Cana, Maria sembra dirci: « Non abbiate tentennamenti, fidatevi della parola di mio Figlio. Egli, che fu capace di cambiare l'acqua in vino, è ugualmente capace di fare del pane e del vino il suo corpo e il suo sangue, consegnando in questo mistero ai credenti la memoria viva della sua Pasqua, per farsi in tal modo “pane di vita” ».

55. In certo senso, Maria ha esercitato la sua fede eucaristica prima ancora che l'Eucaristia fosse istituita, per il fatto stesso di aver offerto il suo grembo verginale per l'incarnazione del Verbo di Dio. L'Eucaristia, mentre rinvia alla passione e alla risurrezione, si pone al tempo stesso in continuità con l'Incarnazione. Maria concepì nell'Annunciazione il Figlio divino nella verità anche fisica del corpo e del sangue, anticipando in sé ciò che in qualche misura si realizza sacramentalmente in ogni credente che riceve, nel segno del pane e del vino, il corpo e il sangue del Signore. C'è pertanto un'analogia profonda tra il fiat pronunciato da Maria alle parole dell'Angelo, e l'amen che ogni fedele pronuncia quando riceve il corpo del Signore.

A Maria fu chiesto di credere che colui che Ella concepiva « per opera dello Spirito Santo » era il « Figlio di Dio » (cfr Lc 1,30–35). In continuità con la fede della Vergine, nel Mistero eucaristico ci viene chiesto di credere che quello stesso Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, si rende presente con l'intero suo essere umano- divino nei segni del pane e del vino.« Beata colei che ha creduto » (Lc 1,45): Maria ha anticipato, nel mistero dell'Incarnazione, anche la fede eucaristica della Chiesa. Quando, nella Visitazione, porta in grembo il Verbo fatto carne, ella si fa, in qualche modo, « tabernacolo » – il primo « tabernacolo » della storia – dove il Figlio di Dio, ancora invisibile agli occhi degli uomini, si concede all'adorazione di Elisabetta, quasi « irradiando » la sua luce attraverso gli occhi e la voce di Maria. E lo sguardo rapito di Maria nel contemplare il volto di Cristo appena nato e nello stringerlo tra le sue braccia, non è forse l'inarrivabile modello di amore a cui deve ispirarsi ogni nostra comunione eucaristica?

56. Maria fece sua, con tutta la vita accanto a Cristo, e non soltanto sul Calvario, la dimensione sacrificale dell'Eucaristia. Quando portò il bimbo Gesù al tempio di Gerusalemme « per offrirlo al Signore » (Lc 2,22), si sentì annunciare dal vecchio Simeone che quel Bambino sarebbe stato « segno di contraddizione » e che una « spada » avrebbe trapassato anche l'anima di lei (cfr Lc 2,34-35). Era preannunciato così il dramma del Figlio crocifisso e in qualche modo veniva prefigurato lo « stabat Mater » della Vergine ai piedi della Croce. Preparandosi giorno per giorno al Calvario, Maria vive una sorta di « Eucaristia anticipata », si direbbe una « comunione spirituale » di desiderio e di offerta, che avrà il suo compimento nell'unione col Figlio nella passione, e si esprimerà poi, nel periodo post-pasquale, nella sua partecipazione alla Celebrazione eucaristica, presieduta dagli Apostoli, quale « memoriale » della passione.

Come immaginare i sentimenti di Maria, nell'ascoltare dalla bocca di Pietro, Giovanni, Giacomo e degli altri Apostoli le parole dell'Ultima Cena: « Questo è il mio corpo che è dato per voi » (Lc 22,19)? Quel corpo dato in sacrificio e ripresentato nei segni sacramentali era lo stesso corpo concepito nel suo grembo! Ricevere l'Eucaristia doveva significare per Maria quasi un riaccogliere in grembo quel cuore che aveva battuto all'unisono col suo e un rivivere ciò che aveva sperimentato in prima persona sotto la Croce.

57. « Fate questo in memoria di me » (Lc 22, 19). Nel « memoriale » del Calvario è presente tutto ciò che Cristo ha compiuto nella sua passione e nella sua morte. Pertanto non manca ciò che Cristo ha compiuto anche verso la Madre a nostro favore.

A lei infatti consegna il discepolo prediletto e, in lui, consegna ciascuno di noi: « Ecco tuo figlio! ». Ugualmente dice anche a ciascuno di noi: « Ecco tua madre! » (cfr Gv 19,26-27).Vivere nell'Eucaristia il memoriale della morte di Cristo implica anche ricevere continuamente questo dono. Significa prendere con noi – sull'esempio di Giovanni – colei che ogni volta ci viene donata come Madre. Significa assumere al tempo stesso l'impegno di conformarci a Cristo, mettendoci alla scuola della Madre e lasciandoci accompagnare da lei.

Maria è presente, con la Chiesa e come Madre della Chiesa, in ciascuna delle nostre Celebrazioni eucaristiche. Se Chiesa ed Eucaristia sono un binomio inscindibile, altrettanto occorre dire del binomio Maria ed Eucaristia. Anche per questo il ricordo di Maria nella Celebrazione eucaristica è unanime, sin dall'antichità, nelle Chiese dell'Oriente e dell'Occidente.

58. Nell'Eucaristia la Chiesa si unisce pienamente a Cristo e al suo sacrificio, facendo suo lo spirito di Maria. È verità che si può approfondire rileggendo il Magnificat in prospettiva eucaristica.

L'Eucaristia, infatti, come il cantico di Maria, è innanzitutto lode e rendimento di grazie. Quando Maria esclama « L'anima mia magnifica il Signore e il mio Spirito esulta in Dio mio salvatore », ella porta in grembo Gesù. Loda il Padre « per » Gesù, ma lo loda anche « in » Gesù e « con » Gesù. È precisamente questo il vero « atteggiamento eucaristico ».Al tempo stesso Maria fa memoria delle meraviglie operate da Dio nella storia della salvezza, secondo la promessa fatta ai padri (cfr Lc 1,55), annunciando la meraviglia che tutte le supera, l'Incarnazione redentrice.

Nel Magnificat è infine presente la tensione escatologica dell'Eucaristia. Ogni volta che il Figlio di Dio si ripresenta a noi nella « povertà » dei segni sacramentali, pane e vino, è posto nel mondo il germe di quella storia nuova in cui i potenti sono « rovesciati dai troni », e sono « innalzati gli umili » (cfr Lc 1,52). Maria canta quei « cieli nuovi » e quella « terra nuova » che nell'Eucaristia trovano la loro anticipazione e in certo senso il loro « disegno » programmatico. Se il Magnificat esprime la spiritualità di Maria, nulla più di questa spiritualità ci aiuta a vivere il Mistero eucaristico. L'Eucaristia ci è data perché la nostra vita, come quella di Maria, sia tutta un magnificat!