giovedì 21 aprile 2011

Dopo la cena, Gesù e gli undici si diressero verso il mon­te degli Ulivi e si fermarono in un orto, chiamato Getsemani. Vicino a Gesù, c'erano Pietro, Giacomo e Giovanni.

La notte era cupa, in cielo la nebbia velava la luna. Intorno a loro gli alberi di ulivo sembravano scheletri con le braccia pro­tese verso l'alto. Gesù rabbrividì, provò una tristezza sconfi­nata... «La mia anima è triste fino alla morte», gli sfuggì e i tre amici lo guardarono preoccupati.

Gesù li pregò di restare lì a pregare e lui si allontanò an­cora di qualche passo. Solo nel buio della notte, si inginoc­chiò in terra, giunse le mani e si rivolse al Padre: «Padre, Pa­dre mio amatissimo».

Che succedeva? Gli sembrava di pregare nel vuoto, non si era mai sentito così solo. Sperimentava il silenzio di Dio, il vuoto più immenso che si possa provare. «Padre», insisté Gesù, cer­cando di rompere quel silenzio che lo agghiacciava, «se è pos­sibile allontana da me questo calice, ma non come voglio io, co­me vuoi tu sia fatto!».

Fu così grande lo strazio che Gesù provò in quelle ore nel­l'orto del Getsemani che la sua fronte si coprì di gocce, ma non erano gocce di sudore, erano gocce di sangue.

Quando tornò dai tre apostoli, li trovò addormentati. «Andiamo», invitò. «È giunta l'ora». Fu scosso da un brivido. «Colui che mi tradisce sta arrivando», annunziò con un filo di voce.


sabato 9 aprile 2011


TEMPO DI PASSIONE

Preparazione alla Pasqua.

La santa Chiesa, dopo aver presentato alla meditazione dei fedeli, nelle prime quattro settimane di Quaresima, il digiuno di Cristo sulla montagna, consacra ora le altre due settimane che ci separano dalla festa di Pasqua alla commemorazione dei dolori del Redentore, non permettendo che i suoi figli arrivino al giorno dell'immolazione del divino Agnello, senza aver prima disposte le loro anime alla compassione dei patimenti da lui sofferti in loro vece.

I più antichi documenti della Liturgia, i Sacramentari e gli Antifonari di tutte le Chiese, col tono delle loro preghiere, la scelta delle letture ed il senso d'ogni sacra formula, ci avvertono che la Passione di Cristo, a partire da oggi, forma l'unico pensiero della cristianità. Fino alla Domenica delle Palme potranno ancora aver luogo, nel corso della settimana, le feste dei Santi; ma nessuna solennità, a qualsiasi classe appartenga, avrà la precedenza sulla Domenica di Passione.

Non abbiamo dettagli storici intorno alla prima settimana di questa quindicina; ma le sue osservanze non differirono mai dalle quattro settimane che la precedettero [1], rimandiamo quindi il lettore al capitolo seguente, dove tratteremo di alcune mistiche particolarità del tempo di Passione in genere. Per contrario, la seconda settimana ci fornirà un'abbondante materia di storici dettagli, non essendovi periodo dell'Anno Liturgico che più di questo impegni i fedeli ed offra loro motivo di così vive manifestazioni di pietà.

Rigore del digiuno.

Una volta aumentava la severità del digiuno quaresimale negli ultimi giorni, che formavano il supremo sforzo della penitenza cristiana. Poi, la Chiesa indulgendo a poco a poco alla debolezza delle presenti generazioni, cominciò a mitigare tali rigori, ed oggi in Occidente non esiste più nessuna restrizione che distingua questa settimana dalle precedenti; mentre nelle Chiese d'Oriente rimaste fedeli alle antiche tradizioni, continuano ad osservare una rigorosa astinenza, la quale, dalla Domenica di Quinquagesima e per tutto questo lungo periodo, prende il nome di Serofagia, essendo solo permesso di mangiare asciutto.

Anticamente il digiuno si spingeva anche oltre i limiti delle forze umane; infatti sappiamo da Epifanio (Esposizione della Fede, x, Heres, xxii) che v'erano dei cristiani che lo prolungavano dal Lunedì mattina fino al canto del gallo del giorno di Pasqua [2]. Indubbiamente, solo una piccola parte dei fedeli potevano fare un tale sforzo; gli altri si limitavano a non prendere niente per due, tre, quattro giorni consecutivi; ma la comune usanza consisteva nello stare senza mangiare dalla sera del Giovedì Santo fino al mattino di Pasqua [3]. Esempi d'un tale rigore non sono rari, anche ai giorni nostri, presso i cristiani d'Oriente ed in Russia: magari le opere di così ardua penitenza fossero sempre state accompagnate da una ferma adesione alla fede e all'unità alla Chiesa!

Lunghezza delle veglie.

Una delle caratteristiche dell'antica Settimana Santa furono le veglie prolungate in chiesa durante la notte; come quella del Giovedì Santo, nella quale, celebrati i divini misteri in memoria dell'Ultima Cena del Signore, il popolo perseverava a lungo nella preghiera (san Giovanni Crisostomo, 30.a Omelia sul Genesi). La notte tra il Venerdì e il Sabato era quasi tutta una veglia, per onorare la sepoltura di Gesù Cristo (san Cirillo di Gerusalemme, Catech. xviii); ma la più lunga era quella del Sabato, che durava fino al mattino di Pasqua. Vi prendeva parte tutto il popolo, che assisteva all'ultima preparazione dei Catecumeni; quindi rimaneva testimone dell'amministrazione del santo Battesimo. L'assemblea si ritirava solo dopo la celebrazione del santo Sacrificio, che terminava al levar del sole.

Sospensione del lavoro.

Durante la Settimana Santa, per lungo andare di secoli fu richiesto dai fedeli la sospensione delle opere servili; ed alla legge della Chiesa si univa quella civile a far sospendere il lavoro ed il traffico degli affari, ed esprimere così, in una maniera imponente, il lutto dell'intera cristianità. Il pensiero del sacrificio e della morte di Cristo era il pensiero di tutti; ognuno sospendeva gli ordinari rapporti; tutta la vita morale era completamente assorbita dagli uffici divini e dalla preghiera, mentre le forze del corpo erano impegnate nel digiuno e nell'astinenza. È facile immaginare quale impressione doveva produrre nel resto dell'anno una così solenne interruzione di tutto ciò che costituiva l'assillo degli uomini nelle cose della loro vita. Tenuta presente la durezza con la quale li aveva trattati la Quaresima per cinque intere settimane, si comprende benissimo con quale gioia accoglievano poi la festa della Pasqua, e come insieme col rinnovamento dell'anima dovevano sentire un grande sollievo nel corpo.

Il perdono dei regnanti.

In questi giorni di misericordia i prìncipi cristiani non solo interrompevano il corso dell'umana giustizia, ma volevano anche onorare in modo sensibile la paterna bontà di Dio, il quale si degnò perdonare al mondo colpevole in vista dei meriti del Figliuolo suo immolato. Dopo aver rotti i lacci del peccato che imprigionavano i peccatori pentiti, la Chiesa stava per riaprire loro il suo seno; ed i prìncipi cristiani ci tenevano ad imitare la loro Madre, ordinando l'apertura delle carceri e la liberazione degl'infelici che gemevano sotto il peso delle sentenze inferte dai tribunali terreni, fatta eccezione di quei criminali che coi loro delitti avevano leso troppo gravemente la famiglia o la società. Anche a tale riguardo il nome del grande Teodosio fu illustrato da chiara fama. Come c'informa san Giovanni Crisostomo (6.a Omelia del popolo d'Antiochia), quest'imperatore mandava nelle varie città ordinanze di condono, autorizzando il rilascio dei prigionieri e accordando la vita ai condannati a morte, per santificare i giorni che precedevano la festa di pasqua. Gli ultimi imperatori convertirono in legge tale disposizione, e san Leone ne prende atto, in uno dei suoi sermoni: "Gl'imperatori romani, egli attesta, già da tempo osservavano questa santa istituzione, per onorare la Passione e la Risurrezione del Signore, per la quale si vede diminuire il fasto della loro potenza, mitigare la severità delle leggi e fare grazia alla maggior parte dei colpevoli, mostrando con tale clemenza d'imitare la bontà celeste nei giorni in cui ha voluto salvare il mondo. Che anche il popolo cristiano, da parte sua, abbia a cuore d'imitare i prìncipi, e l'esempio dato dal sovrano porti i sudditi ad una scambievole indulgenza, non dovendo mai il diritto privato essere più severo di quello pubblico. Rimettete, perciò, gli altrui torti, sciogliete i legami, perdonate le offese, soffocate i risentimenti, affinché, da parte di Dio e da parte nostra, tutto contribuisca a ristabilire in noi quell'innocenza di vita che conviene all'augusta solennità che attendiamo" (Discorso 40, sulla Quaresima).

Ma non solo è decretata l'amnistia cristiana nel Codice Teodosiano: ne troviamo tracce anche in solenni documenti di diritto pubblico dei nostri padri. Sotto la prima dinastia dei re di Francia, sant'Eligio vescovo di Noyon, in un sermone pronunciato il Giovedì Santo s'esprimeva così: "In questi giorni in cui la Chiesa indulge ai penitenti ed assolve i peccatori, i magistrati lascino da parte la severità e perdonino ai rei. In tutto il mondo s'aprono le carceri, i prìncipi fanno grazia ai delinquenti, i padroni perdonano agli schiavi" (Discorso 10). Sotto la seconda dinastia sappiamo dai "Capitolari" di Carlo Magno che i vescovi avevano il diritto d'esigere dai giudici per amore di Gesù Cristo, come ivi è detto, la liberazione dei prigionieri nei giorni precedenti la Pasqua, e d'interdire ai magistrati l'entrata in chiesa, se si rifiutavano d'obbedire (Capitolari, l. 6). Secondo i "Capitolari", questo privilegio s'estendeva anche alle feste di Natale e di Pentecoste. Infine, sotto la terza dinastia, troviamo l'esempio di Carlo VI il quale, avendo dovuto reprimere una rivolta degl'insorti di Rouen, più tardi ordinò la liberazione dei prigionieri, perché si era nella Settimana penosa, e molto vicini alla Pasqua.

Un ultimo vestigio di questa misericordiosa legislazione si conservò fino alla fine nel costume parlamentare parigino. Dopo molti secoli il Parlamento non conosce più queste lunghe vacanze cristiane, che una volta s'estendevano a tutta la Quaresima; le camere si chiudevano solo il Mercoledì Santo, per riaprirsi dopo la Domenica Quasimodo. Il Martedì Santo, ultimo giorno di seduta, il Parlamento si recava alle carceri del Palazzo ed uno dei Grandi Presidenti, di solito l'ultimo investito, apriva la seduta con la camera; s'interrogavano i detenuti, e senz'alcun giudizio, si mettevano in libertà quelli la cui causa era favorevole, o chi non era un criminale di prim'ordine.

Le opere di carità.

Infine, ancora una caratteristica dei giorni ai quali ci avviciniamo, è una più abbondante elemosina ed una maggior frequenza delle opere di misericordia. San Giovanni Crisostomo ce l'attesta per il suo tempo, e ce lo fa notare nell'elogio che tesse di molti fedeli, i quali raddoppiavano le loro elargizioni verso i poveri, per avvicinarsi il più possibile alla munificenza divina che stava per prodigare senza misura i suoi benefici all'uomo peccatore.


1. Non riteniamo qui opportuno addentrarci nelle discussioni puramente archeologiche sollevate sulla parola Mediana, con la quale viene designata la Domenica di Passione in alcuni antichi documenti della Liturgia e del Diritto ecclesiastico.

2. Nella metà del III secolo, ad Alessandria, si digiunava l'intera settimana, sia ininterrottamente che ad intervalli (Lettera di san Dionigi a Basilide, PG 10, 1277).

3. Tale usanza era antichissima, perché ce ne parla sant'Ireneo (verso il 200) e anche sant'Eusebio nella sua Storia ecclesiastica (v. 24; PG 501).

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico.

mercoledì 23 marzo 2011

Nota del cardinale Piacenza sull’adorazione eucaristica (Radio Vaticana)


Nota del cardinale Piacenza sull’adorazione eucaristica


“Non possiamo sottovalutare l’importanza di adorare il Signore nel Santissimo Sacramento, sapendo che il culto è il maggiore atto del popolo di Dio”. E’ quanto afferma il cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero, in una nota inviata al vescovo di Toulon, in Francia, che sta promuovendo una Conferenza internazionale sul tema dell’adorazione eucaristica, in programma dal 20 al 24 giugno al Salesianum di Roma. Come riferisce l’agenzia Zenit, il porporato esprime la speranza che l’adorazione eucaristica venga considerata “un mezzo efficace per promuovere la santificazione del clero, la riparazione dei peccati, le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.” Il cardinale raccomanda che ogni diocesi abbia una cappella o un santuario dedicato all’adorazione dell’Eucaristia, per la promozione di nuove vocazioni e per la santificazione del clero. “Un rinnovato senso della devozione a Cristo nell’Eucarisitia - conclude il porporato - può solo arricchire ogni aspetto della vita e della missione della Chiesa nel mondo”. (G.P.)

© Copyright Radio Vaticana


venerdì 18 marzo 2011

19 MARZO

SAN GIUSEPPE,
SPOSO DELLA SANTISSIMA VERGINE
E PATRONO DELLA CHIESA UNIVERSALE

Una dolce gioia ci viene a consolare nel cuore della Quaresima la cara presenza di Giuseppe, lo Sposo di Maria e il Padre putativo del Figlio di Dio.

Il Protettore della verginità di Maria.

Al Figlio di Dio che veniva sulla terra a rivestire l'umanità, occorreva una Madre, e questa Madre non poteva essere che la più pura delle Vergini, perché la sua divina maternità non doveva affatto alterarne l'incomparabile verginità. Ora, sino a quando il Figlio di Maria non fosse riconosciuto per il Figlio di Dio, l'onore della Madre esigeva un protettore: un uomo doveva essere destinato alla gloria di Sposo di Maria; e quest'uomo fu Giuseppe, il più casto degli uomini.

Il Padre putativo di Gesù.

La sua gloria non consiste soltanto nell'essere stato, scelto a proteggere la Madre del Verbo incarnato; egli doveva esercitare una paternità adottiva sullo stesso Figlio di Dio. I Giudei ritenevano Gesù figlio di Giuseppe. Nel tempio, alla presenza dei dottori della legge, che il divino adolescente aveva meravigliato con la sapienza delle risposte e delle domande, Maria rivolse così la parola a suo figlio: "Tuo padre ed io ti cercavamo ansiosi" (Lc 2,48); ed il santo Vangelo aggiunge che Gesù era soggetto a Giuseppe ed a Maria.

Grandezza di san Giuseppe.

Chi potrebbe concepire e degnamente narrare i sentimenti che riempivano il cuore di quell'uomo che il Vangelo ci descrive con una sola parola, chiamandolo l'uomo giusto? (Mt 1,19). Un affetto coniugale rivolto alla più santa e alla più perfetta delle creature di Dio; l'ambasciata celeste portata dall'Angelo che gli rivelò il frutto della salvezza che portava in seno la sua sposa e l'associava come unico testimone sulla terra all'opera divina dell'Incarnazione; le gioie di Betlem nell'assistere alla nascita del Bambino, nel colmare di onori la Vergine-Madre e nell'udire gli angelici concenti; quando vide arrivare presso il neonato i pastori, seguiti dai Magi; l'allarme che venne ad interrompere sì bruscamente tanta felicità, quando, nel cuore della notte, dovette fuggire in Egitto con il Fanciullo e la Madre; le asprezze dell'esilio, la povertà, la nudità, alle quali furono esposti il Dio nascosto del quale egli era il sostegno e la sposa verginale di cui ammirava sempre più la dignità; il ritorno a Nazaret, la vita umile e laboriosa che condusse in questa città, dove tante volte i suoi occhi inteneriti contemplarono il Creatore del mondo che s'univa a lui in un umile lavoro; finalmente, le delizie di questa esistenza senza pari, nella casa abbellita dalla presenza della Regina degli Angeli e santificata dalla maestà del Figlio eterno di Dio; mentre entrambi onoravano lui, Giuseppe, come capo della famiglia che univa intorno a lui coi vincoli più teneri il Verbo increato, Sapienza del Padre, e la Vergine, capolavoro senza confronti della potenza e della santità di Dio.

Il primo Giuseppe.

No, nessuno mai al mondo potrà comprendere le grandezze di Giuseppe. Per penetrarne la profondità, bisognerebbe abbracciare tutta l'estensione del mistero col quale la sua missione lo mise in rapporto quaggiù, quale strumento necessario. Non ci meravigliamo perciò che il Padre putativo del Figlio di Dio sia stato raffigurato nell'Antica Alleanza sotto le sembianze d'un Patriarca del popolo eletto. San Bernardo spiega molto bene tale relazione: "Il primo Giuseppe, egli dice, venduto dai fratelli, e per questo figura di Cristo, fu portato in Egitto; il nuovo, che sfugge alla gelosia d'Erode, porta Cristo in Egitto. Il primo Giuseppe, serbando fedeltà al suo padrone, rispettò la sposa di costui; il secondo, non meno casto, fu il custode della sua Sovrana, della Madre del suo Signore, e il testimone della sua verginità. Al primo fu data l'intelligenza dei segreti rivelati nei sogni; al secondo furono confidati gli stessi misteri del cielo. Il primo conservò le provviste del grano non per sé ma per tutto il popolo; il secondo ebbe in sua custodia il Pane vivo disceso dal cielo, per sé e per il mondo intero" (2.a Omelia sul Missus est).

Morte di san Giuseppe.

Una vita così meravigliosa non poteva terminare che con una morte altrettanto degna. Era giunta l'ora che Gesù doveva uscire dall'oscurità di Nazaret e manifestarsi al mondo. Ormai la sua celeste origine doveva ricevere la testimonianza delle opere: dunque il ministero di Giuseppe era terminato. Era tempo che lasciasse questo mondo, per andare ad attendere, nel riposo del seno d'Abramo, il giorno in cui le porte dei cieli si sarebbero spalancate ai giusti. Accanto al suo letto di morte vegliava il padrone della vita, che tante volte l'aveva chiamato col nome di Padre; la più pura delle vergini, la sua Sposa, ricevette il suo ultimo respiro. Assistito e circondato dal loro affetto, Giuseppe s'addormentò nel sonno della pace. Ora lo Sposo di Maria ed il Padre putativo di Gesù regna in cielo in una gloria senza dubbio inferiore a quella di Maria, ma ornato di prerogative che nessun altro possiede.

Patrono della Chiesa.

Di lassù egli spande, su coloro che lo invocano, il suo potente patrocinio. Ecco quanto dice, con linguaggio ispirato, la liturgia della Chiesa: "O Giuseppe, vanto dei celesti, speranza dei mortali, sostegno del mondo!" Quale grande potere in un uomo! Ma nessuno, come lui, ebbe sulla terra rapporti così intimi col Figlio di Dio. Gesù si degnò di essergli sottomesso e in cielo, ora, vuole glorificare colui al quale affidò, quaggiù, la sua infanzia e l'onore di sua Madre. Non ci sono limiti al potere di san Giuseppe e la Chiesa ci invita, oggi, a ricorrere, con molta fiducia, a questo potente protettore. Invochiamolo nelle terribili prove della vita ed egli ci proteggerà: nei pericoli dell'anima e del corpo, nelle prove e nelle crisi sia temporali che spirituali, abbiamo fiducia in lui e la nostra speranza non verrà ingannata. Diceva il Re d'Egitto al suo popolo affamato: "Andate da Giuseppe"; il Re del Cielo ci ripete quello stesso invito; e il fedele custode della Vergine Maria ha, presso Dio, assai più potere di quanto ne avesse, presso il Faraone, il sovraintendente ai granai di Menphis.

La rivelazione di questo aiuto potente predisposto dall'eternità, è stata dapprima fatta conoscere da Dio a certe anime privilegiate alle quali venne affidata come un prezioso germe: precisamente come si verificò per la festa del Santissimo Sacramento, per la festa del Sacro Cuore e per altre ancora. Nel XVI secolo, santa Teresa, i cui scritti saranno in seguito conosciuti in tutto il mondo, ricevette una rivelazione divina a questo riguardo e ne parlò nella sua Vita.

Santa Teresa e san Giuseppe.

Ecco quanto dice: "Invoco san Giuseppe come patrono e protettore e non cesso di raccomandarmi a lui: il suo soccorso si manifesta in modo visibilissimo. Questo tenero protettore dell'anima mia, questo amabilissimo padre, si degnò di trarmi dallo stato in cui languiva il mio corpo e di liberarmi da pericoli assai più gravi che minacciavano il mio onore e la mia salvezza eterna. In più, mi ha esaudita sempre, più di quanto sperassi e di quanto chiedessi. Non ricordo di avergli chiesto qualcosa e che non me l'abbia accordato. Quale ampio quadro io potrei esporre, se mi fosse accordato di conoscere tutte le grazie di cui Iddio m'ha colmata e i pericoli, sia dell'anima che del corpo, da cui m'ha liberata per intercessione di questo amabilissimo Santo! L'Altissimo dona ai santi quelle grazie che servono per aiutarci in certe circostanze; il glorioso san Giuseppe - e lo dico per esperienza - estende il suo potere su tutto. Con questo, il Signore vuole mostrarci che, come un giorno fu sottomesso all'autorità di Giuseppe, suo padre putativo, così ancora in cielo, si degna di accettare la sua volontà, esaudendo i suoi desideri. Come me, l'hanno costatato per esperienza, quelle persone alle quali ho consigliato di raccomandarsi a questo incomparabile protettore; il numero delle anime che lo onorano cresce di giorno in giorno, e i felici successi della sua mediazione confermano la verità delle mie parole".

Per soddisfare questi desideri e per venire incontro alla devo­zione del popolo cristiano, il 10 settembre 1847, Pio IX estese alla Chiesa universale la festa del Patrocinio di san Giuseppe che fino allora era celebrata soltanto dai Carmelitani e da qualche chiesa. In seguito, san Pio X aumentò il valore di questa festa, onorandola di una Ottava e Pio XII, volendo dare un particolare patrono a tutti gli operai del mondo, ha istituito una nuova festività da celebrarsi il 1° Maggio; per questo motivo, venne soppressa quella del secondo mercoledì dopo Pasqua, e la festa del 19 marzo ricorda san Giuseppe quale Sposo della Vergine e Patrono della Chiesa universale.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 859-868


giovedì 3 marzo 2011

Domenica di quinquagesima




DOMENICA DI QUINQUAGESIMA

La vocazione di Abramo.

L'argomento che presenta oggi la Chiesa da meditare è la vocazione di Abramo.

Scomparse le acque del diluvio, la terra cominciò di nuovo a riempirsi di uomini; ma insieme comparve la corruzione, e l'idolatria venne a colmare la misura dei disordini. Ora prevedendo il Signore nella sua divina sapienza, la defezione dei popoli, volle costituire una nazione che gli sarebbe stata particolarmente devota, e nella quale si sarebbero conservate le sacre verità destinate a diffondersi fra i Gentili. Questo nuovo popolo doveva cominciare da un solo uomo, padre e tipo dei credenti, Abramo. Pieno di fede e di obbedienza verso il Signore, egli era chiamato ad essere il padre dei figli di Dio, il capo di quella generazione spirituale, alla quale appartennero ed apparterranno fino alla fine dei tempi tutti gli eletti, sia dell'Antico Testamento che della Chiesa Cristiana.

Dobbiamo dunque conoscere Abramo, nostro capo e modello, la cui vita è tutta sintetizzata nella fedeltà a Dio, nell'osservanza dei suoi comandamenti e nel sacrificio e nella rinuncia ad ogni cosa in ossequio alla volontà di Dio; in queste virtù appunto si riconosce il vero carattere del cristiano. Siamo dunque molto diligenti ad attingere dalla vita di questo grande personaggio tutti gl'insegnamenti che contiene per noi.

Il testo del Genesi che qui citiamo, e che la Chiesa legge al Mattutino, formerà la base di tutto ciò che dobbiamo dire intorno a lui.

Dal libro del Genesi (Gen 12,1-9)

E il Signore disse ad Abramo: "Parti dalla tua terra, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, e vieni nel paese che io ti mostrerò. Io poi farò di te una grande nazione, ti benedirò e farò grande il tuo nome, e tu sarai una benedizione. Io benedirò chi ti benedice e maledirò chi ti maledice, e in te saranno benedette tutte le nazioni della terra". Partì dunque Abramo secondo l'ordine del Signore, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Haran. Egli prese con sé la sua moglie Sarai, e Lot figlio di suo fratello, e tutto quello che possedevano, e le persone che avevano acquistate in Haran, e partirono per andare nella terra di Canaan. E giunti colà, Abramo attraversò il paese fino al luogo di Sichem, fino alla valle famosa. Erano allora in quella terra i Cananei. Là il Signore apparve ad Abramo e gli disse: "Alla tua progenie io darò questa terra". Ed egli edificò in quel luogo un altare al Signore, che gli era apparso. E di lì, procedendo verso il monte ad oriente di Betel, vi tese la sua tenda, avendo Betel a occidente ed Ai ad oriente; e anche lì edificò un altare al Signore e ne invocò il nome.

Santità di Abramo.

Quale più viva immagine poteva darci del discepolo di Gesù Cristo questo Patriarca, così docile e generoso a seguire la voce di Dio? E con quale ammirazione non dobbiamo ripetere la parola dei santi Padri: "Oh, uomo veramente cristiano prima della venuta di Cristo! uomo evangelico prima del Vangelo! uomo apostolico prima degli apostoli!".

Il Signore lo chiama ed egli abbandona tutto, patria, famiglia, casa paterna, e s'incammina verso un ignoto paese. Gli basta che Dio lo conduca, e si sente sicuro, e non guarda indietro. Non hanno fatto così gli Apostoli? Ma guardate la ricompensa: Saranno in lui benedette tutte le nazioni della terra. Questo Caldeo, che porta nelle vene il sangue che salverà il mondo, doveva tuttavia morire prima di vedere sorgere il giorno, in cui un suo discendente avrebbe riscattato tutte le generazioni passate, presenti e future. Un giorno il Redentore aprirà il cielo, e i nostri progenitori, con Mosè, Noè e David, in una parola tutti i giusti, andranno a riposarsi nel seno di Abramo (Lc 16,22), immagine dell'eterna beatitudine. Così Dio onorò l'amore e la fedeltà di questa sua creatura.

La posterità spirituale di Abramo.

Al compiersi dei tempi il Figlio di Dio e di Abramo rivelò la potenza del Padre, che s'apprestava a far nascere una nuova generazione di figli di Abramo dalle pietre della gentilità. Siamo noi, cristiani, questa nuova generazione: ma siamo degni di tale padre? Ecco come ne parla l'Apostolo delle Genti: "Per la fede, colui ch'è chiamato Abramo ubbidì per andare alla terra che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andasse. Per la fede dimorò nella terra promessa, perché aspettava quella città ben fondata, della quale Dio è architetto e costruttore" (Ebr 11,8-10).

Se dunque siamo figli di Abramo, in questo tempo di Settuagesima dobbiamo considerarci dei viaggiatori sulla terra, desiderosi di vivere, nello spirito, in quell'unica nostra patria donde fummo esiliati, ma alla quale ci avvicineremo ogni giorno più, se, come Abramo, saremo fedeli a guadagnare le diverse tappe che il Signore c'indicherà. Egli vuole che usiamo di questo mondo come se non ne usassimo (1Cor 7,31), perché non è quaggiù la nostra dimora permanente (Ebr 13,14); e dimenticare che la morte ci separerà da tutte le cose che passano, sarebbe la nostra più grande sventura.

La vita cristiana e il divertimento.

Come sono lontani dall'essere veri figli di Abramo quei cristiani, che oggi e nei due prossimi giorni, s'abbandonano all'intemperanza e ai divertimenti peccaminosi, col pretesto che sta per cominciare la santa Quaresima. L'ingenuità dei costumi dei nostri primi padri poteva più facilmente conciliare la gravità cristiana con gli addii ad una vita più dolce che la Quaresima stava per interrompere, alla stessa maniera che la gioia dei loro pasti testimoniava, nella solennità della Pasqua, la stretta osservanza delle prescrizioni della Chiesa. È sempre possibile conciliare le due cose. Ma spesso avviene che l'idea cristiana dell'austerità si imbatte con le seduzioni della natura corrotta, e così la prima intenzione d'una semplice familiare allegria finisce per svanire in un lontano ricordo. Che cosa, per esempio, possono avere in comune con le gioie permesse dalla Chiesa nelle case dei suoi figli, quelli che lasceranno passare l'intera Quaresima senza accostarsi ai Sacramenti? E quegli altri che si preoccuperanno di ricorrere alle dispense, per mettersi più o meno al coperto dalle imposizioni della Chiesa, come potranno preludere alla festa di Pasqua con tante festicciole, in periodo durante il quale il peso dei loro peccati, lungi dall'alleggerirsi, diventerà ancora più pesante?

Potessero queste illusioni avere minore influenza sulle anime, e potessero queste ritornare per quanto riguarda i legami della carne e del sangue, alla libertà dei Figli di Dio che sola può restituire all'uomo la sua prima dignità! I veri cristiani non devono mai dimenticare, che nel tempo quaresimale la Chiesa si priva perfino dei suoi canti di letizia spirituale, per farci intendere più sensibilmente la durezza del giogo che Babilonia fa pesare su di noi, e rinnovarci nello spirito cristiano tanto facile ad affievolirsi. Se doverose convenienze trascineranno, in questi giorni, i seguaci di Cristo nel vortice dei profani divertimenti, vi portino almeno un cuore retto e sempre preoccupato delle massime del Vangelo. Come fece santa Cecilia, quando risuoneranno nelle loro orecchie le note d'una musica mondana, cantino a Dio nei loro cuori dicendo "Custoditesi puri, o Signore, e che niente alteri la santità e la dignità della vostra abitazione in noi". Evitino soprattutto di autorizzare, partecipandovi, le danze, dove fa naufragio il pudore; esse saranno materia di più severo giudizio per quelli e quelle che le promuovono. Infine meditino le energiche considerazioni di san Francesco di Sales: "Mentre la folle ubriachezza dei divertimenti mondani sembrava aver cancellato ogni altro sentimento che non fosse quello di un piacere futile e troppo spesso pericoloso, innumerevoli anime continuavano ad espiare eternamente, nel fuoco dell'inferno, le colpe commesse in simili occasioni; in quelle stesse ore, servi e serve di Dio sacrificavano il sonno per andare a cantare le sue lodi ed implorare la sua misericordia sopra di voi; migliaia di vostri simili morivano d'angoscia e di tristezza nel loro misero giaciglio; Dio e i suoi Angeli vi guardavano attentamente dal cielo; e il tempo della vita passava, e la morte s'avvicinava a voi con un passo che non retrocede" (Introduzione alla Vita devota, III parte, c. 33).

L'adorazione delle Quarantore.

Per tutto questo giustamente conveniva, che i tre ultimi giorni ancora esenti dal rigore quaresimale, non passassero senza offrire un adeguato alimento al bisogno di emozioni che tormenta tante anime. E ci ha pensato con materno intuito la Chiesa, ma non secondo i desideri di frivoli passatempi e di vane soddisfazioni: ai suoi figlioli devoti essa prepara un diversivo potente, che è nello stesso tempo un mezzo per placare lo sdegno di Dio provocato da tali eccessi.

Durante questi tre giorni viene esposto sugli altari l'Agnello, che dall'alto del suo trono di misericordia riceve gli omaggi degli adoratori che lo riconoscono per loro re; accetta il pentimento di coloro che rimpiangono ai suoi piedi d'aver servito, in passato, un altro signore; si offre al Padre per gli altri peccatori che, non contenti di trascurare i suoi benefici, sembrano di aver deciso di oltraggiarlo in questi giorni più che in qualsiasi altro tempo dell'anno.

L'idea di offrire una riparazione alla divina Maestà per i peccati degli uomini, proprio nel momento che se ne commettono di più, e di opporre all'ira del divin Padre il proprio Figliolo, mediatore fra il cielo e la terra, fu ispirata fin dal XVI secolo al cardinale Gabriele Paleotti, Arcivescovo di Bologna, contemporaneo di san Carlo Borromeo ed emulo del suo zelo pastorale. Quest'ultimo adottò subito nella sua diocesi e provincia una pratica così salutare. Nel XVIII secolo, Prospero Lambertini, volle continuare le tradizioni del Paleotti, suo predecessore, ed esortò il popolo alla devozione al Ss. Sacramento nei tre giorni di Carnevale. Salito poi sulla cattedra di san Pietro col nome di Benedetto XIV, arricchì il tesoro delle indulgenze a favore dei fedeli che, durante tali giorni, avrebbero visitato Nostro Signore nel mistero del suo amore ed implorato il perdono dei peccati. Tale favore, prima limitato alle chiese dello Stato Romano, fu da Clemente XIII, nel 1765, esteso a tutto il mondo; e così la devozione comunemente chiamata delle Quarantore, divenne una delle più solenni manifestazioni della pietà cattolica.

Siamo dunque molto solleciti ad approfittarne. Allontaniamoci, come Abramo, dalle profane influenze che ci assediano e cerchiamo il Signore Dio Nostro: riposandoci un po' dalle libere dissipazioni del mondo, veniamo a meritare, ai piedi del Salvatore, la grazia di passare attraverso quelle che sono inevitabili senza attaccarvi il cuore.

I misteri di questo giorno.

Consideriamo ora gli altri misteri della Domenica di Quinquagesima. Il passo evangelico contiene la predizione del Signore agli Apostoli della Passione che doveva fra poco soffrire a Gerusalemme. Un tale solenne annuncio prelude ai dolori della Settimana Santa. Accogliamo questa parola nelle nostre anime con ogni tenerezza e riconoscenza, e decidiamoci a metterci a disposizione del Signore, come fece Abramo.

Gli antichi liturgisti segnalavano inoltre la guarigione del cieco di Gerico come simbolo dell'accecamento dei peccatori. Il cieco riacquistò la vista perché sentiva il suo male e desiderava guarire. La santa Chiesa vuole che sentiamo lo stesso desiderio e ci assicura che sarà esaudito.

M E S S A

La Stazione è nella Basilica Vaticana di S. Pietro.

Questa scelta pare risalire all'epoca in cui si leggeva ancora in questa domenica la narrazione della Legge data a Mosè, considerato dai primi cristiani di Roma il tipo di san Pietro. Avendo poi la Chiesa rimandata la lettura dell'Esodo nel periodo della Quaresima, e sostituendo quel racconto col mistero della vocazione di Abramo, la Stazione romana restò nella Basilica del Principe degli Apostoli, che fu pure figurato da Abramo nella qualità di Padre dei credenti.

EPISTOLA (1Cor 13,1-13). - Fratelli: quand'io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo che suona e un cembalo che squilla. E quando avessi la profezia, e conoscessi tutti i misteri ed ogni scienza, e quando avessi tutta la fede, fino a trasportare i monti, se non ho la carità, sono un niente. E quando distribuissi tutto il mio per nutrire i poveri e sacrificassi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carità, nulla mi giova. La carità è paziente, è benefica; la carità, non è invidiosa, non è insolente, non si gonfia, non è ambiziosa, non cerca il proprio interesse, non s'irrita, non pensa male, non gode dell'ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non verrà mai meno. Le profezie passeranno, cesseranno le lingue, la scienza avrà fine: perché imperfettamente conosciamo e imperfettamente profetiamo; e quando sarà venuta la perfezione ciò ch'è imperfetto dovrà sparire. Quando ero bambino parlavo da bambino, avevo gusti da bambino, pensavo da bambino; ma fatto uomo non ho smesso le cose che eran da bambino. Ora noi vediamo come in uno specchio in modo enigmatico; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco parzialmente, ma allora conoscerò come io sono conosciuto. Rimangono per ora tutte e tre: fede, speranza e carità, ma la più grande di queste tre virtù è la carità.

Elogio della carità.

Oggi la Chiesa ci fa leggere il magnifico elogio che fa san Paolo della carità, la virtù che insieme racchiude l'amor di Dio e del prossimo, ed è luce delle anime nostre. Se esse ne sono prive, vivono nelle tenebre, e tutte le loro opere sono impregnate di sterilità. Lo stesso potere dei miracoli non potrebbe garantire la salvezza a chi non ha la carità, senza di cui le opere apparentemente più eroiche potrebbero da se stesse costituire un'insidia.

Chiediamo al Signore questa luce; per quanto ci venga accordata anche quaggiù, ci è riservata senza misura nell'eternità. I giorni più splendenti che possiamo godere in questo mondo non sono che tenebre in paragone degli eterni splendori, dove, in presenza della realtà per sempre contemplata svanirà la fede; nell'istante che cominceremo a godere di quel possesso la speranza verrà a mancare del suo oggetto; solo regnerà l'amore; ed è questo il motivo della sua sovraeccellenza sulle altre due virtù teologali.

Ora, se il destino dell'uomo redento e illuminato da Gesù Cristo sta tutto qui, nel regno della carità, dobbiamo meravigliarci che egli debba lasciar tutto per seguire un tale Maestro? Purtroppo vi sono cristiani, battezzati in questa fede e in questa speranza, e che ricevettero le primizie di quest'amore, i quali s'ingolfano in questi giorni nei più grossolani disordini, anche se possono apparire raffinati e delicati. Si direbbe che abbiano fatto un patto con le tenebre tanto si sforzano d'oscurare l'ultimo raggio della luce divina che sta in loro.

La Carità, se regna in noi, ci deve rendere sensibili all'oltraggio che fanno a Dio questi nostri ciechi fratelli, e portarci nello stesso tempo a sollecitare si di loro la sua misericordia.

VANGELO (Lc 18,31-43). - In quel tempo: Gesù, presi in disparte i dodici, disse loro: Ecco noi ascendiamo a Gerusalemme e s'adempiranno tutte le cose predette dai Profeti riguardo al Figlio dell'uomo; egli sarà dato nelle mani dei gentili, sarà schernito e flagellato e coperto di sputi. E, dopo averlo flagellato, lo uccideranno; ma risorgerà il terzo giorno. E quelli nulla compresero di tutte quelle cose, ed il senso di esse era loro nascosto e non afferravano quanto veniva loro detto. Or avvenne che mentre egli s'avvicinava a Gerico, un cieco stava seduto lungo la strada a mendicare; e sentendo passare la folla, domandò che cosa fosse. Gli dissero che passava Gesù Nazareno. Allora egli gridò: Gesù, figlio di David, abbi pietà di me. E quelli che precedevano gli gridavano di tacere. Ma lui a gridar più forte che mai: Figlio di David abbi pietà di me. Allora Gesù, fermatosi, comandò che gli fosse menato. E quando gli fu vicino, gli domandò: Che vuoi ch'io ti faccia? E quello: Signore, esclamò, che ci veda. E Gesù gli disse: Guarda, la tua fede ti ha salvato. E subito ci vide e gli andava dietro glorificando Dio. E tutto il popolo, visto il miracolo, lodò Dio.

Cecità e luce spirituale.

Abbiamo sentita la voce di Cristo annunciante la Passione, la stessa voce che sentirono gli Apostoli, i quali accolsero la confidenza del loro Maestro, ma senza comprendere nulla perché essendo ancora imbevuti dei pregiudizi del loro popolo contro le sofferenze del Messia, non potevano comprendere il vero senso della sua missione di Salvatore. Tuttavia non lo lasciano e continuano a seguirlo.

Adoriamo con amore la divina misericordia, che ci volle separare, come Abramo, da quel popolo abbandonato; seguiamo l'esempio del cieco di Gerico, alzando la voce al Signore, perché c'illumini sempre di più: Signore, fate che io veda; ecco la sua preghiera. Già ci concesse la sua luce: ma ci gioverà ben poco, se essa non risvegliasse in noi il desiderio di vederci sempre di più. Dio promise ad Abramo di mostrargli la terra a lui destinata: che si degni mostrare anche a noi la terra dei viventi. Soprattutto preghiamolo, secondo la bella espressione di sant'Agostino, che si mostri a noi affinché lo amiamo e di mostrare noi a noi stessi perché cessiamo d'amarci.

PREGHIAMO

Esaudisci con clemenza, o Signore, le nostre preghiere e, dopo averci sciolti dai lacci dei peccati, preservaci da ogni avversità.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 451-458

lunedì 21 febbraio 2011


22 FEBBRAIO

CATTEDRA DI SAN PIETRO IN ANTIOCHIA

Festa della Cattedra di Antiochia.

Per la seconda volta la santa Chiesa festeggia la cattedra di Pietro; ma oggi, siamo invitati a venerare non più il suo Pontificato in Roma, ma il suo Episcopato ad Antiochia. La permanenza del Principe degli Apostoli in quest'ultima città fu per essa la più grande gloria che conobbe dalla sua fondazione; pertanto, questo periodo occupa un posto tanto rilevante nella vita di san Pietro da meritare d'essere celebrato dai cristiani.

Il Cristianesimo ad Antiochia.

Cornelio aveva ricevuto il battesimo a Cesarea dalle mani di Pietro, e l'ingresso di questo Romano nella Chiesa preannunciava il momento in cui il Cristianesimo doveva estendersi oltre la popolazione giudaica. Alcuni discepoli, i cui nomi non ci furono tramandati da Luca, fecero un tentativo di predicazione in Antiochia, ed il successo che ne riportarono indusse gli Apostoli ad inviarvi Barnaba. Giunto questi colà, non tardò ad associarsi un altro giudeo convertito da pochi anni e conosciuto ancora col nome di Saulo, che, più tardi, cambierà il suo nome con quello di Paolo e diventerà oltremodo glorioso in tutta la Chiesa. La parola di questi due uomini apostolici suscitò nuovi proseliti in seno alla gentilità, ed era facile prevedere che ben presto il centro della religione di Cristo non sarebbe stato più Gerusalemme, ma Antiochia. Così il Vangelo passava ai gentili e abbandonava l'ingrata città che non aveva conosciuto il tempo della sua visita (Lc 19,44).

San Pietro ad Antiochia.

La voce dell'intera tradizione c'informa che Pietro trasferì la sua residenza in questa terza città dell'Impero romano, quando la fede di Cristo cominciò ad avere quel magnifico sviluppo che abbiamo qui sopra ricordato. Tale mutamento di luogo e lo spostamento della Cattedra primaziale stanno a dimostrare che la Chiesa s'avanzava nei suoi destini e lasciava l'augusta cinta di Sion, per avviarsi verso l'intera umanità.

Sappiamo dal Papa sant'Innocenzo I ch'ebbe luogo in Antiochia una riunione degli Apostoli. Ormai il vento dello Spirito Santo spingeva verso la gentilità le sue nubi sotto il cui emblema Isaia raffigura gli Apostoli (Is 60,8). Sant'Innocenzo, alla cui testimonianza si unisce quella di Vigilio, vescovo di Tarso, osserva che si deve riferire al tempo di questa riunione di san Pietro e degli Apostoli ad Antiochia, quanto san Luca scrive negli atti, là dove afferma che alle numerose conversioni di gentili, si incominciò a chiamare i discepoli di Cristo con l'appellativo di Cristiani.

Le tre Cattedre di san Pietro.

Dunque Antiochia è diventata la sede di Pietro, nella quale egli risiede, e dalla quale partirà per evangelizzare le diverse province dell'Asia; qui farà ritorno per ultimare la fondazione di questa nobile Chiesa. Sembrava che Alessandria, la seconda città dell'impero, volesse rivendicare a sé l'onore della sede del primato, quando piegò la testa sotto il giogo di Cristo. Ma ormai Roma, da tempo predestinata dalla divina Provvidenza a dominare il mondo, ne avrà maggior diritto. Pietro allora si metterà in cammino, portando nella sua persona i destini della Chiesa; si fermerà a Roma, ove morirà e lascerà la sua successione. Nell'ora segnata, si distaccherà da Antiochia e stabilirà vescovo Evodio, suo discepolo. Questi, quale successore di Pietro, sarà Vescovo di Antiochia; ma la sua Chiesa non eredita il primato che Pietro porta con sé. Il principe degli Apostoli designa Marco, suo discepolo, a prender in suo nome possesso di Alessandria; la quale sarà la seconda Chiesa dell'universo e precederà la stessa sede di Antiochia, per volontà di Pietro, che però non ne occupò mai personalmente la sede. Egli è diretto a Roma: ivi finalmente, fisserà la Cattedra sulla quale vivrà, insegnerà e governerà nei suoi successori.

Questa l'origine delle tre grandi Cattedre Patriarcali così venerate anticamente: la prima, Roma, investita della pienezza dei diritti del principe degli Apostoli, che gliele trasmise morendo; la seconda, Alessandria, che deve la sua preminenza alla distinzione di cui volle insignirla Pietro adottandola per sua seconda sede; la terza, Antiochia, sulla quale si assise di persona, allorché, rinunciando a Gerusalemme, volle portare alla Gentilità le grazie dell'adozione.

Se dunque Antiochia cede in superiorità ad Alessandria, quest'ultima le è inferiore rispetto all'onore d'aver posseduta la persona di colui che Cristo aveva investito dell'ufficio di Pastore supremo. È dunque giusto che la Chiesa onori Antiochia per aver avuto la gloria d'essere temporaneamente il centro della cristianità: è questo il significato della festa che oggi celebriamo [1].

Doveri verso la Cattedra di san Pietro.

Le solennità che si riferiscono a san Pietro devono interessare in modo speciale i figli della Chiesa. La festa del padre è sempre quella dell'intera famiglia, perché da lui viene la vita e l'essere. Se v'è un solo gregge, è perché esiste un solo Pastore. Onoriamo perciò la divina prerogativa di Pietro, alla quale il Cristianesimo deve la sua conservazione; riconosciamo gli obblighi che abbiamo verso la Sede Apostolica. Il giorno che celebravamo la Cattedra Romana, apprendemmo come viene insegnata, conservata e propagata la Fede dalla Chiesa Madre nella quale risiedono le promesse fatte a Pietro. Onoriamo oggi la Sede Apostolica, quale unica sorgente del legittimo potere, mediante il quale vengono retti e governati i popoli in ordine alla salvezza eterna.

Poteri di Pietro.

Il Salvatore disse a Pietro: "Io ti darò le Chiavi del Regno dei cieli" (Mt 16,19), cioè della Chiesa; ed ancora: "Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle" (Gv 21,15-17). Pietro dunque è principe, perché le Chiavi, nella Sacra Scrittura, significano il principato; e Pastore, Pastore universale, perché non vi sono in seno al gregge che pecore ed agnelli. Ma ecco che, per divina bontà, in ogni parte incontriamo Pastori: i Vescovi, "posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio" (At 20,28), che in suo nome governano le cristianità, e sono anch'essi Pastori. Come mai le Chiavi, che sono eredità di Pietro, si trovano in altre mani, che non sono le sue? La Chiesa cattolica ce ne spiega il mistero nei documenti della sua Tradizione.

Ecco Tertulliano affermare che "il Signore diede le Chiavi a Pietro, e per mezzo suo alla Chiesa" (Scorpiaco, c. 10); sant'Ottato di Milevi, aggiungere che, "per il bene dell'unità, Pietro fu preferito agli altri Apostoli, e, solo, ricevette le Chiavi del Regno dei cieli per trasmetterle agli altri" (Contro Parminiano, 1,8); san Gregorio Nisseno, dichiarare che "per mezzo di Pietro, Cristo comunicò ai Vescovi le Chiavi della loro celeste prerogativa" (Opp. t. 3); e infine san Leone Magno, precisare che "il Salvatore diede per mezzo di Pietro agli altri prìncipi della Chiesa tutto ciò che ha creduto opportuno di comunicare" (Nell'anno della sua elevazione al Sommo Pontificato, Discorso 4, P. L. 54, c. 150).

Poteri dei Vescovi.

Quindi l'Episcopato rimarrà sempre sacro, perché si ricollega a Gesù Cristo per mezzo di Pietro e dei suoi successori; ed è ciò che la Tradizione cattolica ha sempre affermato nella maniera più imponente, plaudendo al linguaggio dei Pontefici Romani, che non hanno mai cessato di dichiarare, sin dai primi secoli, che la dignità dei Vescovi era quella di compartecipare alla propria sollecitudine, in partem sollicitudinis vocatos. Per tale ragione san Cipriano non ebbe difficoltà d'affermare che, "volendo il Signore stabilire la dignità episcopale e costituire la sua Chiesa, disse a Pietro: Io ti darò le Chiavi del Regno dei cieli; e da ciò deriva l'istituzione dei Vescovi e la costituzione della Chiesa" (Lettera 33).

La stessa cosa ripete, dopo il vescovo di Cartagine, san Cesario d'Arles, nelle Gallie, nel V secolo, quando scrive al Papa san Simmaco: "Poiché l'Episcopato attinge la sua sorgente nella persona del beato Pietro Apostolo, ne consegue necessariamente che tocca a Vostra Santità prescrivere alle diverse Chiese le norme alle quali esse si devono conformare" (Lettera 10). Questa fondamentale dottrina, che san Leone Magno espresse con tanta autorità ed eloquenza, e che in altre parole è la stessa che abbiamo ora esposta mediante la Tradizione, la vediamo imposta a tutte le Chiese, prima di san Leone, nelle magnifiche Epistole di sant'Innocenzo I arrivate fino a noi. In questo senso egli scrive al concilio di Cartagine che "l'Episcopato ed ogni sua autorità emanano dalla Sede Apostolica" (ivi, 29); al concilio di Milevi che "i Vescovi devono considerare Pietro come la sorgente del loro appellativo e della loro dignità" (ivi, 30); a san Vitricio, Vescovo di Rouen, che "l'Apostolato e l'Episcopato traggono da Pietro la loro origine" (ivi, 2).

Non abbiamo qui l'intenzione di fare un trattato polemico; il nostro scopo, nel presentare i magnifici titoli della Cattedra di Pietro, non è altro che quello di alimentare nel cuore dei fedeli quella venerazione e devozione da cui devono essere animati verso di lei. Ma è necessario ch'essi conoscano la sorgente dell'autorità spirituale, che nei diversi gradi di gerachia li regge e li santifica. Tutto passa da Pietro, tutto deriva dal Romano Pontefice, nel quale Pietro si perpetuerà fino alla consumazione dei secoli. Gesù Cristo è il principio dell'Episcopato, lo Spirito Santo stabilisce i Vescovi, ma la missione, l'istituzione che assegna al Pastore il suo gregge ed al gregge il proprio Pastore, Gesù Cristo e lo Spirito Santo le comunicano attraverso il ministero di Pietro e dei suoi successori.

Trasmissione del potere delle Chiavi.

Com'è sacra e divina questa autorità delle Chiavi, che, discendendo dal cielo nel Romano Pontefice, da lui, attraverso i Prelati della Chiesa, scende su tutta la società cristiana ch'egli deve reggere e santificare! Il modo di trasmissione attraverso la Sede Apostolica ha potuto variare secondo i secoli; ma mai alcun potere fu emanato se non dalla Cattedra di Pietro. A principio vi furono tre Cattedre: Roma, Alessandria, Antiochia; tutte e tre, sorgenti dell'istituzione canonica per i Vescovi che le riguardano; ma tutte e tre considerate altrettante Cattedre di Pietro da lui fondate per presiedere, come insegnano san Leone (Lettera 104 ad Anatolio), san Gelasio (Concilio Romano, Labbe, t. 4) e san Gregorio Magno (Lettera ad Eulogio). Ma, delle tre Cattedre, il Pontefice che sedeva sulla prima aveva ricevuto dal cielo la sua istituzione, mentre gli altri due Patriarchi non esercitavano la loro potestà se non perché riconosciuti e confermati da chi era succeduto a Roma sulla Cattedra di Pietro. Più tardi, a queste prime tre, si vollero aggiungere due nuove Sedi: Costantinopoli e Gerusalemme; ma non arrivarono a tale onore, se non col beneplacito del Romano Pontefice. Inoltre, affinché gli uomini non corressero pericolo di confondere le accidentali distinzioni di cui furono ornate quelle diverse Chiese, con la prerogativa della Chiesa Romana, Dio permise che le Sedi d'Alessandria, d'Antiochia, di Costantinopoli e di Gerusalemme fossero contaminate dall'eresia; e che divenute altrettante Cattedre di errore, dal momento che avevano alterata la fede trasmessa loro da Roma con la vita, cessassero di tramandare la legittima missione. Ad una ad una, i nostri padri videro cadere quelle antiche colonne, che la mano paterna di Pietro aveva elevate; ma la loro rovina ancora più solennemente attesta quanto sia solido l'edificio che la mano di Cristo fondò su Pietro. D'allora, il mistero dell'unità s'è rivelato in una luce più grande; e Roma, avocando a sé i favori riversati sulle Chiese che avevano tradita la Madre comune, apparve con più chiara evidenza l'unico principio del potere pastorale.

Doveri di rispetto e sudditanza.

Spetta dunque a noi, sacerdoti e fedeli, ricercare la sorgente dalla quale i nostri pastori attinsero i poteri, e la mano che trasmise loro le Chiavi. Emana la loro missione dalla Sede Apostolica? Se è così, essi vengono da parte di Gesù Cristo, che, per mezzo di Pietro, affidò loro la sua autorità, e quindi dobbiamo onorarli ed esser loro soggetti. Se invece si mostrano a noi senza essere investiti del Mandato del Romano Pontefice, non seguiamoli, che Cristo non li riconosce. Anche se rivestono il sacro carattere conferito dall'unzione episcopale, non rientrano affatto nell'Ordine Pastorale; e le pecore fedeli se ne devono allontanare.

Infatti, il divino Fondatore della Chiesa non si contentò d'assegnarle la visibilità come nota essenziale, perché fosse una Città edificata sul monte (Mt 5,14) e colpisse chiunque la guardasse; egli volle pure che il potere divino esercitato dai Pastori derivasse da una visibile sorgente, affinché ogni fedele potesse verificare le attribuzioni di coloro che a lui si presentano a reclamare la propria anima in nome di Gesù Cristo. Il Signore non poteva comportarsi diversamente verso di noi, poiché, dopo tutto, nel giorno del giudizio egli esigerà che siamo stati membri della sua Chiesa e che abbiamo vissuto, nei suoi rapporti, mediante il ministero dei suoi Pastori legittimi. Onore, perciò, e sottomissione a Cristo nel suo Vicario; onore e sottomissione al Vicario di Cristo nei Pastori che manda.

Elogio.

Gloria a te, o Principe degli Apostoli, sulla Cattedra di Antiochia, dall'alto della quale presiedesti ai destini della Chiesa universale! Come sono splendide le tappe del tuo Apostolato. Gerusalemme, Antiochia, Alessandria nella persona di Marco tuo discepolo, e finalmente Roma nella tua stessa persona; ecco le città che onorasti con la tua augusta Cattedra. Dopo Roma, non vi fu città alcuna che ti ebbe per sì lungo tempo come Antiochia; è dunque giusto che rendiamo onore a quella Chiesa che, per tuo mezzo fu un tempo madre e maestra delle altre. Ahimé! oggi essa ha perduto la sua bellezza, la fede è scomparsa nel suo seno, e il giogo del Saraceno pesa su di lei. Salvala, o Pietro, e reggila ancora; assoggettala alla Cattedra di Roma, sulla quale ti sei assise, non per un limitato numero di anni, ma fino alla consumazione dei secoli. Immutabile roccia della Chiesa, le tempeste si sono scatenate contro di te, e più d'una volta abbiamo visto coi nostri occhi la Cattedra immortale essere momentaneamente trasferita lontano da Roma. Ci ricordavamo allora della bella espressione di sant'Ambrogio: Dov'è Pietro, ivi è la Chiesa, e i nostri cuori non si turbarono; perché sappiamo che fu per ispirazione divina che Pietro scelse Roma come il luogo dove la sua Cattedra poggerà per sempre. Nessuna volontà umana potrà mai separare ciò che Dio legò; il Vescovo di Roma sarà sempre il Vicario di Gesù Cristo e il Vicario di Gesù Cristo, sebbene esiliato dalla sacrilega violenza dei persecutori, rimarrà sempre il Vescovo di Roma.

Preghiera.

Calma le tempeste, o Pietro, affinché i deboli non ne siano scossi; ottieni dal Signore che la residenza del tuo successore non venga mai interrotta nella città che tu eleggesti ed innalzasti a tanti onori. Se gli abitanti di questa città regina hanno meritato d'essere castigati perché dimentichi di ciò che ti devono, risparmiali per riguardo dell'universo cattolico, e fa' che la loro fede, come al tempo in cui Paolo tuo fratello indirizzava la sua Epistola, torni ad essere famosa in tutto il mondo (Rm 1,8).

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 818-824