lunedì 21 febbraio 2011


22 FEBBRAIO

CATTEDRA DI SAN PIETRO IN ANTIOCHIA

Festa della Cattedra di Antiochia.

Per la seconda volta la santa Chiesa festeggia la cattedra di Pietro; ma oggi, siamo invitati a venerare non più il suo Pontificato in Roma, ma il suo Episcopato ad Antiochia. La permanenza del Principe degli Apostoli in quest'ultima città fu per essa la più grande gloria che conobbe dalla sua fondazione; pertanto, questo periodo occupa un posto tanto rilevante nella vita di san Pietro da meritare d'essere celebrato dai cristiani.

Il Cristianesimo ad Antiochia.

Cornelio aveva ricevuto il battesimo a Cesarea dalle mani di Pietro, e l'ingresso di questo Romano nella Chiesa preannunciava il momento in cui il Cristianesimo doveva estendersi oltre la popolazione giudaica. Alcuni discepoli, i cui nomi non ci furono tramandati da Luca, fecero un tentativo di predicazione in Antiochia, ed il successo che ne riportarono indusse gli Apostoli ad inviarvi Barnaba. Giunto questi colà, non tardò ad associarsi un altro giudeo convertito da pochi anni e conosciuto ancora col nome di Saulo, che, più tardi, cambierà il suo nome con quello di Paolo e diventerà oltremodo glorioso in tutta la Chiesa. La parola di questi due uomini apostolici suscitò nuovi proseliti in seno alla gentilità, ed era facile prevedere che ben presto il centro della religione di Cristo non sarebbe stato più Gerusalemme, ma Antiochia. Così il Vangelo passava ai gentili e abbandonava l'ingrata città che non aveva conosciuto il tempo della sua visita (Lc 19,44).

San Pietro ad Antiochia.

La voce dell'intera tradizione c'informa che Pietro trasferì la sua residenza in questa terza città dell'Impero romano, quando la fede di Cristo cominciò ad avere quel magnifico sviluppo che abbiamo qui sopra ricordato. Tale mutamento di luogo e lo spostamento della Cattedra primaziale stanno a dimostrare che la Chiesa s'avanzava nei suoi destini e lasciava l'augusta cinta di Sion, per avviarsi verso l'intera umanità.

Sappiamo dal Papa sant'Innocenzo I ch'ebbe luogo in Antiochia una riunione degli Apostoli. Ormai il vento dello Spirito Santo spingeva verso la gentilità le sue nubi sotto il cui emblema Isaia raffigura gli Apostoli (Is 60,8). Sant'Innocenzo, alla cui testimonianza si unisce quella di Vigilio, vescovo di Tarso, osserva che si deve riferire al tempo di questa riunione di san Pietro e degli Apostoli ad Antiochia, quanto san Luca scrive negli atti, là dove afferma che alle numerose conversioni di gentili, si incominciò a chiamare i discepoli di Cristo con l'appellativo di Cristiani.

Le tre Cattedre di san Pietro.

Dunque Antiochia è diventata la sede di Pietro, nella quale egli risiede, e dalla quale partirà per evangelizzare le diverse province dell'Asia; qui farà ritorno per ultimare la fondazione di questa nobile Chiesa. Sembrava che Alessandria, la seconda città dell'impero, volesse rivendicare a sé l'onore della sede del primato, quando piegò la testa sotto il giogo di Cristo. Ma ormai Roma, da tempo predestinata dalla divina Provvidenza a dominare il mondo, ne avrà maggior diritto. Pietro allora si metterà in cammino, portando nella sua persona i destini della Chiesa; si fermerà a Roma, ove morirà e lascerà la sua successione. Nell'ora segnata, si distaccherà da Antiochia e stabilirà vescovo Evodio, suo discepolo. Questi, quale successore di Pietro, sarà Vescovo di Antiochia; ma la sua Chiesa non eredita il primato che Pietro porta con sé. Il principe degli Apostoli designa Marco, suo discepolo, a prender in suo nome possesso di Alessandria; la quale sarà la seconda Chiesa dell'universo e precederà la stessa sede di Antiochia, per volontà di Pietro, che però non ne occupò mai personalmente la sede. Egli è diretto a Roma: ivi finalmente, fisserà la Cattedra sulla quale vivrà, insegnerà e governerà nei suoi successori.

Questa l'origine delle tre grandi Cattedre Patriarcali così venerate anticamente: la prima, Roma, investita della pienezza dei diritti del principe degli Apostoli, che gliele trasmise morendo; la seconda, Alessandria, che deve la sua preminenza alla distinzione di cui volle insignirla Pietro adottandola per sua seconda sede; la terza, Antiochia, sulla quale si assise di persona, allorché, rinunciando a Gerusalemme, volle portare alla Gentilità le grazie dell'adozione.

Se dunque Antiochia cede in superiorità ad Alessandria, quest'ultima le è inferiore rispetto all'onore d'aver posseduta la persona di colui che Cristo aveva investito dell'ufficio di Pastore supremo. È dunque giusto che la Chiesa onori Antiochia per aver avuto la gloria d'essere temporaneamente il centro della cristianità: è questo il significato della festa che oggi celebriamo [1].

Doveri verso la Cattedra di san Pietro.

Le solennità che si riferiscono a san Pietro devono interessare in modo speciale i figli della Chiesa. La festa del padre è sempre quella dell'intera famiglia, perché da lui viene la vita e l'essere. Se v'è un solo gregge, è perché esiste un solo Pastore. Onoriamo perciò la divina prerogativa di Pietro, alla quale il Cristianesimo deve la sua conservazione; riconosciamo gli obblighi che abbiamo verso la Sede Apostolica. Il giorno che celebravamo la Cattedra Romana, apprendemmo come viene insegnata, conservata e propagata la Fede dalla Chiesa Madre nella quale risiedono le promesse fatte a Pietro. Onoriamo oggi la Sede Apostolica, quale unica sorgente del legittimo potere, mediante il quale vengono retti e governati i popoli in ordine alla salvezza eterna.

Poteri di Pietro.

Il Salvatore disse a Pietro: "Io ti darò le Chiavi del Regno dei cieli" (Mt 16,19), cioè della Chiesa; ed ancora: "Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle" (Gv 21,15-17). Pietro dunque è principe, perché le Chiavi, nella Sacra Scrittura, significano il principato; e Pastore, Pastore universale, perché non vi sono in seno al gregge che pecore ed agnelli. Ma ecco che, per divina bontà, in ogni parte incontriamo Pastori: i Vescovi, "posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio" (At 20,28), che in suo nome governano le cristianità, e sono anch'essi Pastori. Come mai le Chiavi, che sono eredità di Pietro, si trovano in altre mani, che non sono le sue? La Chiesa cattolica ce ne spiega il mistero nei documenti della sua Tradizione.

Ecco Tertulliano affermare che "il Signore diede le Chiavi a Pietro, e per mezzo suo alla Chiesa" (Scorpiaco, c. 10); sant'Ottato di Milevi, aggiungere che, "per il bene dell'unità, Pietro fu preferito agli altri Apostoli, e, solo, ricevette le Chiavi del Regno dei cieli per trasmetterle agli altri" (Contro Parminiano, 1,8); san Gregorio Nisseno, dichiarare che "per mezzo di Pietro, Cristo comunicò ai Vescovi le Chiavi della loro celeste prerogativa" (Opp. t. 3); e infine san Leone Magno, precisare che "il Salvatore diede per mezzo di Pietro agli altri prìncipi della Chiesa tutto ciò che ha creduto opportuno di comunicare" (Nell'anno della sua elevazione al Sommo Pontificato, Discorso 4, P. L. 54, c. 150).

Poteri dei Vescovi.

Quindi l'Episcopato rimarrà sempre sacro, perché si ricollega a Gesù Cristo per mezzo di Pietro e dei suoi successori; ed è ciò che la Tradizione cattolica ha sempre affermato nella maniera più imponente, plaudendo al linguaggio dei Pontefici Romani, che non hanno mai cessato di dichiarare, sin dai primi secoli, che la dignità dei Vescovi era quella di compartecipare alla propria sollecitudine, in partem sollicitudinis vocatos. Per tale ragione san Cipriano non ebbe difficoltà d'affermare che, "volendo il Signore stabilire la dignità episcopale e costituire la sua Chiesa, disse a Pietro: Io ti darò le Chiavi del Regno dei cieli; e da ciò deriva l'istituzione dei Vescovi e la costituzione della Chiesa" (Lettera 33).

La stessa cosa ripete, dopo il vescovo di Cartagine, san Cesario d'Arles, nelle Gallie, nel V secolo, quando scrive al Papa san Simmaco: "Poiché l'Episcopato attinge la sua sorgente nella persona del beato Pietro Apostolo, ne consegue necessariamente che tocca a Vostra Santità prescrivere alle diverse Chiese le norme alle quali esse si devono conformare" (Lettera 10). Questa fondamentale dottrina, che san Leone Magno espresse con tanta autorità ed eloquenza, e che in altre parole è la stessa che abbiamo ora esposta mediante la Tradizione, la vediamo imposta a tutte le Chiese, prima di san Leone, nelle magnifiche Epistole di sant'Innocenzo I arrivate fino a noi. In questo senso egli scrive al concilio di Cartagine che "l'Episcopato ed ogni sua autorità emanano dalla Sede Apostolica" (ivi, 29); al concilio di Milevi che "i Vescovi devono considerare Pietro come la sorgente del loro appellativo e della loro dignità" (ivi, 30); a san Vitricio, Vescovo di Rouen, che "l'Apostolato e l'Episcopato traggono da Pietro la loro origine" (ivi, 2).

Non abbiamo qui l'intenzione di fare un trattato polemico; il nostro scopo, nel presentare i magnifici titoli della Cattedra di Pietro, non è altro che quello di alimentare nel cuore dei fedeli quella venerazione e devozione da cui devono essere animati verso di lei. Ma è necessario ch'essi conoscano la sorgente dell'autorità spirituale, che nei diversi gradi di gerachia li regge e li santifica. Tutto passa da Pietro, tutto deriva dal Romano Pontefice, nel quale Pietro si perpetuerà fino alla consumazione dei secoli. Gesù Cristo è il principio dell'Episcopato, lo Spirito Santo stabilisce i Vescovi, ma la missione, l'istituzione che assegna al Pastore il suo gregge ed al gregge il proprio Pastore, Gesù Cristo e lo Spirito Santo le comunicano attraverso il ministero di Pietro e dei suoi successori.

Trasmissione del potere delle Chiavi.

Com'è sacra e divina questa autorità delle Chiavi, che, discendendo dal cielo nel Romano Pontefice, da lui, attraverso i Prelati della Chiesa, scende su tutta la società cristiana ch'egli deve reggere e santificare! Il modo di trasmissione attraverso la Sede Apostolica ha potuto variare secondo i secoli; ma mai alcun potere fu emanato se non dalla Cattedra di Pietro. A principio vi furono tre Cattedre: Roma, Alessandria, Antiochia; tutte e tre, sorgenti dell'istituzione canonica per i Vescovi che le riguardano; ma tutte e tre considerate altrettante Cattedre di Pietro da lui fondate per presiedere, come insegnano san Leone (Lettera 104 ad Anatolio), san Gelasio (Concilio Romano, Labbe, t. 4) e san Gregorio Magno (Lettera ad Eulogio). Ma, delle tre Cattedre, il Pontefice che sedeva sulla prima aveva ricevuto dal cielo la sua istituzione, mentre gli altri due Patriarchi non esercitavano la loro potestà se non perché riconosciuti e confermati da chi era succeduto a Roma sulla Cattedra di Pietro. Più tardi, a queste prime tre, si vollero aggiungere due nuove Sedi: Costantinopoli e Gerusalemme; ma non arrivarono a tale onore, se non col beneplacito del Romano Pontefice. Inoltre, affinché gli uomini non corressero pericolo di confondere le accidentali distinzioni di cui furono ornate quelle diverse Chiese, con la prerogativa della Chiesa Romana, Dio permise che le Sedi d'Alessandria, d'Antiochia, di Costantinopoli e di Gerusalemme fossero contaminate dall'eresia; e che divenute altrettante Cattedre di errore, dal momento che avevano alterata la fede trasmessa loro da Roma con la vita, cessassero di tramandare la legittima missione. Ad una ad una, i nostri padri videro cadere quelle antiche colonne, che la mano paterna di Pietro aveva elevate; ma la loro rovina ancora più solennemente attesta quanto sia solido l'edificio che la mano di Cristo fondò su Pietro. D'allora, il mistero dell'unità s'è rivelato in una luce più grande; e Roma, avocando a sé i favori riversati sulle Chiese che avevano tradita la Madre comune, apparve con più chiara evidenza l'unico principio del potere pastorale.

Doveri di rispetto e sudditanza.

Spetta dunque a noi, sacerdoti e fedeli, ricercare la sorgente dalla quale i nostri pastori attinsero i poteri, e la mano che trasmise loro le Chiavi. Emana la loro missione dalla Sede Apostolica? Se è così, essi vengono da parte di Gesù Cristo, che, per mezzo di Pietro, affidò loro la sua autorità, e quindi dobbiamo onorarli ed esser loro soggetti. Se invece si mostrano a noi senza essere investiti del Mandato del Romano Pontefice, non seguiamoli, che Cristo non li riconosce. Anche se rivestono il sacro carattere conferito dall'unzione episcopale, non rientrano affatto nell'Ordine Pastorale; e le pecore fedeli se ne devono allontanare.

Infatti, il divino Fondatore della Chiesa non si contentò d'assegnarle la visibilità come nota essenziale, perché fosse una Città edificata sul monte (Mt 5,14) e colpisse chiunque la guardasse; egli volle pure che il potere divino esercitato dai Pastori derivasse da una visibile sorgente, affinché ogni fedele potesse verificare le attribuzioni di coloro che a lui si presentano a reclamare la propria anima in nome di Gesù Cristo. Il Signore non poteva comportarsi diversamente verso di noi, poiché, dopo tutto, nel giorno del giudizio egli esigerà che siamo stati membri della sua Chiesa e che abbiamo vissuto, nei suoi rapporti, mediante il ministero dei suoi Pastori legittimi. Onore, perciò, e sottomissione a Cristo nel suo Vicario; onore e sottomissione al Vicario di Cristo nei Pastori che manda.

Elogio.

Gloria a te, o Principe degli Apostoli, sulla Cattedra di Antiochia, dall'alto della quale presiedesti ai destini della Chiesa universale! Come sono splendide le tappe del tuo Apostolato. Gerusalemme, Antiochia, Alessandria nella persona di Marco tuo discepolo, e finalmente Roma nella tua stessa persona; ecco le città che onorasti con la tua augusta Cattedra. Dopo Roma, non vi fu città alcuna che ti ebbe per sì lungo tempo come Antiochia; è dunque giusto che rendiamo onore a quella Chiesa che, per tuo mezzo fu un tempo madre e maestra delle altre. Ahimé! oggi essa ha perduto la sua bellezza, la fede è scomparsa nel suo seno, e il giogo del Saraceno pesa su di lei. Salvala, o Pietro, e reggila ancora; assoggettala alla Cattedra di Roma, sulla quale ti sei assise, non per un limitato numero di anni, ma fino alla consumazione dei secoli. Immutabile roccia della Chiesa, le tempeste si sono scatenate contro di te, e più d'una volta abbiamo visto coi nostri occhi la Cattedra immortale essere momentaneamente trasferita lontano da Roma. Ci ricordavamo allora della bella espressione di sant'Ambrogio: Dov'è Pietro, ivi è la Chiesa, e i nostri cuori non si turbarono; perché sappiamo che fu per ispirazione divina che Pietro scelse Roma come il luogo dove la sua Cattedra poggerà per sempre. Nessuna volontà umana potrà mai separare ciò che Dio legò; il Vescovo di Roma sarà sempre il Vicario di Gesù Cristo e il Vicario di Gesù Cristo, sebbene esiliato dalla sacrilega violenza dei persecutori, rimarrà sempre il Vescovo di Roma.

Preghiera.

Calma le tempeste, o Pietro, affinché i deboli non ne siano scossi; ottieni dal Signore che la residenza del tuo successore non venga mai interrotta nella città che tu eleggesti ed innalzasti a tanti onori. Se gli abitanti di questa città regina hanno meritato d'essere castigati perché dimentichi di ciò che ti devono, risparmiali per riguardo dell'universo cattolico, e fa' che la loro fede, come al tempo in cui Paolo tuo fratello indirizzava la sua Epistola, torni ad essere famosa in tutto il mondo (Rm 1,8).

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 818-824


venerdì 18 febbraio 2011


Rembrandt. La Parabola degli operai della vigna


_________________




STORIA DEL TEMPO DI SETTUAGESIMA

Importanza di questo tempo.

Il Tempo di Settuagesima abbraccia la durata delle tre settimane che precedono immediatamente la Quaresima e costituisce una delle parti principali dell'Anno Liturgico. È suddiviso in tre sezioni ebdomadarie, di cui solamente la prima porta il nome di Settuagesima; la seconda si chiama Sessagesima; la terza Quinquagesima.

È chiaro che questi nomi esprimono una relazione numerica come la parola Quadragesima, donde deriva la parola Quaresima. La parola Quadragesima sta ad indicare la serie dei quaranta giorni che dobbiamo attraversare per arrivare alla festa di Pasqua. Le parole Quinquagesima, Sessagesima e Settuagesima ci fanno quasi vedere tale solennità in un lontano ancora più prolungato; però non è meno importante il grande oggetto che comincia ad assillare la santa Chiesa, la quale lo propone ai suoi figli quale mèta verso cui devono ormai tendere tutti i loro desideri e tutti i loro sforzi.

Orbene, la festa di Pasqua esige per preparazione quaranta giorni di raccoglimento e di penitenza. È il tempo più propizio, il mezzo più potente che adopera la Chiesa per ravvivare nel cuore e nello spirito dei fedeli il sentimento della loro vocazione. Nel loro più alto interesse, essi non devono lasciar passare questo periodo di grazie, senz'averne approfittato per il rinnovamento dell'intera loro vita. Perciò conveniva disporli a questo tempo di salute, ch'è di per se stesso una preparazione, affinché, spegnendosi a poco a poco nei loro cuori i rumori del mondo, fossero più attenti al grave monito che la Chiesa farà loro, imponendo la cenere sul capo.

Origine.

La storia della Settuagesima è intimamente legata a quella della Quaresima. Infatti fin dal V secolo cominciava la sesta domenica prima di Pasqua, che corrisponde alla prima domenica dell'attuale Quaresima, e comprendeva i quaranta giorni che vanno fino al Giovedì Santo, considerato dall'antichità cristiana come il primo Mistero pasquale.

La domenica non si digiunava; di conseguenza non v'erano, propriamente parlando, che 34 giorni di digiuno effettivo (36 col Venerdì e il Sabato Santo). Ma il desiderio d'imitare l'intero digiuno del Signore portò le anime ferventi ad anticiparlo.

Quinquagesima.

Questa usanza si vede apparire la prima volta nel V secolo; tanto che san Massimo di Torino, nel Sermone 26°, pronunciato forse nel 451, la biasima e ricorda che la Quaresima comincia la domenica di Quadragesima. Ma siccome in seguito essa si andava molto diffondendo tra i fedeli, verso il 465, nel Sermone 36°, l'approva.

Nel VI secolo san Cesario d'Arles, nella sua Regola per le Vergini, fa cominciare il digiuno una settimana prima della Quaresima. Dunque è certo che, almeno nei monasteri, la Quinquagesimaesiste fin d'allora. Il Primo Concilio d'Orléans (511) ordina ai fedeli di osservare prima di Pasqua la Quadragesima e non la Quinquagesima, per "mantenere - dice il canone 26° - l'unità delle usanze". Il primo e secondo Concilio d'Orange (511 e 541) combattono il medesimo abuso e proibiscono di digiunare prima della Quadragesima. L'autore del Liber Pontificalis, intorno al 520, segnala l'usanza d'anticipare la Quaresima d'una settimana, ma sembra che fosse ancora poco diffusa.

Sessagesima.

In seguito, il periodo consacrato al digiuno venne ancora anticipato di un'altra settimana, che si aggiunse alla Quinquagesima e si chiamò Sessagesima. La prima menzione si riscontra nella Regola di san Cesario, scritta per i Monaci prima del 542. Ugualmente ne parla il IV Concilio d'Orléans, nel 541, ma solo per proibire le anticipazioni del digiuno.

Settuagesima.

Finalmente, verso la fine del VI secolo o il principio del VII, apparve a Roma la Settuagesima, come se ne fa menzione nelle Omelie di san Gregorio Magno (594-604). Le osservanze liturgiche raggiunsero a poco a poco prima l'Italia del Nord, con Milano, poi, per l'influsso dei Carolingi, tutta l'Europa occidentale. L'Inghilterra le ricevette alla fine del VII secolo e l'Irlanda soltanto dopo il IX. Però, se il digiuno era ormai osservato durante le settimane di Quinquagesima e di Sessagesima, sembra che al momento della sua istituzione, la Settuagesima non fosse che una celebrazione liturgica senza digiuno; mentre nel IX secolo i Concili Carolingi lo prescrivono formalmente.

Soppressione dell'Alleluia.

Sappiamo da Amalario, che, dall'inizio del IX secolo, alla Settuagesima si sospendeva l'Alleluia e il Gloria in excelsis Deo.

Anche i monaci si conformarono a quest'uso, sebbene la Regola di san Benedetto formulasse una disposizione contraria. Secondo alcuni fu san Gregorio VII (1073-1085) che, alla fine dell'XI secolo, soppresse l'officiatura alleluiatica, in uso fino allora, alla domenica di Settuagesima. Si tratta delle antifone alleluiatiche delle Lodi, che san Gregorio VII avrebbe sostituite con quelle dell'ufficio della domenica di Settuagesima, fornendo quest'ultima di nuove antifone. Tale fatto è attestato dall'Ordo Ecclesiae Lateranensis del XII secolo. È dunque da ritenere che fu quel Papa ad anticipare la soppressione dell'Alleluia al sabato avanti la Settuagesima (Mons. Callewaert, Sacris erudiri, p. 650).

Così questo tempo dell'Anno Liturgico, dopo vari esperimenti, finì per stabilirsi definitivamente. Fondato sull'epoca della festa di Pasqua è, per ciò stesso, soggetto a ritardo o ad anticipo, secondo la mobilità di quella festa. Il 18 gennaio e il 22 febbraio vengono chiamati chiave della Settuagesima, perché la domenica che porta questo nome non può essere collocata né prima del 18 gennaio, né dopo il 22 febbraio.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 415-417

giovedì 10 febbraio 2011

11 febbraio, N.S. di Lourdes



Preghiera a Nostra Signora di Lourdes

Maria, tu sei apparsa a Bernardetta nella fenditura di questa roccia.
Nel freddo e nel buio dell’inverno,
hai fatto sentire il calore di una presenza,
la luce e la bellezza.
Nelle ferite e nell’oscurità delle nostre vite,
nelle divisioni del mondo dove il male è potente,
porta speranza
e ridona fiducia!

Tu che sei l’Immacolata Concezione,
vieni in aiuto a noi peccatori.
Donaci l’umiltà della conversione,
il coraggio della penitenza.
Insegnaci a pregare per tutti gli uomini.

Guidaci alle sorgenti della vera Vita.
Fa’ di noi dei pellegrini in cammino dentro la tua Chiesa.
Sazia in noi la fame dell’Eucaristia,
il pane del cammino, il pane della Vita.

In te, o Maria, lo Spirito Santo ha fatto grandi cose:
nella sua potenza, ti ha portato presso il Padre,
nella gloria del tuo Figlio, vivente in eterno.
Guarda con amore di madre
le miserie del nostro corpo e del nostro cuore.
Splendi come stella luminosa per tutti
nel momento della morte.

Con Bernardetta, noi ti preghiamo, o Maria,
con la semplicità dei bambini.
Metti nel nostro animo lo spirito delle Beatitudini.
Allora potremo, fin da quaggiù, conoscere la gioia del Regno
e cantare con te:
Magnificat!

Gloria a te, o Vergine Maria,
beata serva del Signore,
Madre di Dio,
Tempio dello Spirito Santo!

Amen!

martedì 1 febbraio 2011

Festa della purificazione di Maria


(Dal Catechismo Maggiore di S. PioX.)

146. Che festa è la Purificazione di Maria Vergine?

La Purificazione di Maria Vergine è la festa istituita in memoria del giorno nel quale la santissima Vergine andò al tempio di Gerusalemme, per adempire la legge della purificazione e per presentarvi il suo divin figliuolo Gesù Cristo.

147. Che cosa era la legge della purificazione?

La legge della purificazione era quella legge di Mosè, la quale obbligava tutte le donne a purificarsi dopo il parto nel tempio coll’oblazione di un sacrifìzio.

148. La santissima Vergine era obbligata alla legge della purificazione?

La santissima Vergine non era obbligata alla legge della purificazione, perché divenuta madre per opera dello Spirito Santo, conservando la sua verginità.

149. Perché la santissima Vergine si sottomise alla legge della purificazione, alla quale non era obbligata?

La santissima Vergine si sottomise alla legge della purificazione, alla quale non era obbligata, per darci esempio di umiltà e di obbedienza alla legge di Dio.

150. La santissima Vergine, nella sua purificazione, che cosa offrì al tempio?

La santissima Vergine, essendo povera, nella sua purificazione offri al tempio il sacrificio delle madri povere, che era un paio di tortore o di colombi.

151. Perché la santissima Vergine, nel giorno della purificazione, presentò Gesù Cristo al tempio?

La santissima Vergine nel giorno della purificazione present6 Gesù Cristo al tempio, perché la legge antica obbligava i genitori a presentare a Dio i loro primogeniti, e a ricuperarli poi con una certa somma di danaro.

152. Perché Dio aveva stabilita la legge della presentazione dei primogeniti?

Iddio aveva stabilita la legge della presentazione dei primogeniti perché il suo popolo ricordasse sempre che egli fu liberato dalla schiavitù di Faraone, quando l’Angelo uccise tutti i primogeniti degli egiziani e salvò quelli degli ebrei.

153. Che cosa avvenne di maraviglioso quando Gesù Cristo fu presentato al tempio?

Quando Gesù Cristo fu presentato al tempio, venne riconosciuto pel vero Messia da un santo vecchio chiamato Simeone e da una santa vedova chiamata Anna.

154. Che cosa fece Simeone quando Gesù Bambino fu presentato al tempio?

Quando Gesù Bambino fu presentato al tempio, Simeone lo prese fra le sue braccia, e ringraziando il Signore disse il cantico Nunc dimittis, con cui espresse che moriva contento dopo aver veduto il Salvatore; predisse di più le contraddizioni che doveva soffrire Gesù Cristo, e le pene che ne avrebbe provato la santa di lui madre.

155. Quando Gesù Cristo venne presentato al tempio, la profetessa Anna che cosa fece?

Quando Gesù Cristo venne presentato al tempio, la profetessa Anna lodava e ringraziava il Signore d’aver mandato il Salvatore del mondo, e ne parlava a tutti quelli che ne aspettavano la venuta.

156. Che cosa dobbiamo noi imparare dai misieri della Purificazione di Maria Vergine e della Presentazione di Gesù Cristo?

Dai misteri della Purificazione di Maria Vergine e della Presentazione di Gesù Cristo dobbiamo imparare principalmente tre cose: 1.° ad adempiere esattamente la legge di Dio, e non cercar pretesti per dispensarci dall’osservarla; 2.° a desiderare Dio solo, e offerirci a Lui per fare la sua divina volontà; 3.° ad avere grande stima dell’ umiltà, e purificarci sempre più colla penitenza.

157. Che cosa dovrebbero fare i padri e le madri nella festa della Purificazione?

I padri e le madri nella festa della Purificazione dovrebbero offrire i loro figliuoli a Dio, e domandargli la grazia di allevarli cristianamente.

158. Per qual fine si fa nel giorno della Purificazione la processione colle candele accese in mano?

Nel giorno della Purificazione si fa la processione colle candele accese in mano, in memoria del viaggio della santissima Vergine da Betlemme al tempio di Gerusalemme col bambino Gesù fra le braccia, e del giubilo che dimostrarono i santi Simeone ed Anna nell’incontrarsi con esso.

159. Come dobbiamo noi assistere alla processione che si fa nella festa della Purificazione?

Assistendo alla processione che si fa nella festa della Purificazione, noi dobbiamo rinnovare la fede in Gesù Cristo nostra vera luce, e pregarlo ad illuminarci colla sua grazia e renderci degni d’ essere un giorno ammessi al tempio della gloria per l’intercessione della sua santissima Madre.