giovedì 21 aprile 2011

Dopo la cena, Gesù e gli undici si diressero verso il mon­te degli Ulivi e si fermarono in un orto, chiamato Getsemani. Vicino a Gesù, c'erano Pietro, Giacomo e Giovanni.

La notte era cupa, in cielo la nebbia velava la luna. Intorno a loro gli alberi di ulivo sembravano scheletri con le braccia pro­tese verso l'alto. Gesù rabbrividì, provò una tristezza sconfi­nata... «La mia anima è triste fino alla morte», gli sfuggì e i tre amici lo guardarono preoccupati.

Gesù li pregò di restare lì a pregare e lui si allontanò an­cora di qualche passo. Solo nel buio della notte, si inginoc­chiò in terra, giunse le mani e si rivolse al Padre: «Padre, Pa­dre mio amatissimo».

Che succedeva? Gli sembrava di pregare nel vuoto, non si era mai sentito così solo. Sperimentava il silenzio di Dio, il vuoto più immenso che si possa provare. «Padre», insisté Gesù, cer­cando di rompere quel silenzio che lo agghiacciava, «se è pos­sibile allontana da me questo calice, ma non come voglio io, co­me vuoi tu sia fatto!».

Fu così grande lo strazio che Gesù provò in quelle ore nel­l'orto del Getsemani che la sua fronte si coprì di gocce, ma non erano gocce di sudore, erano gocce di sangue.

Quando tornò dai tre apostoli, li trovò addormentati. «Andiamo», invitò. «È giunta l'ora». Fu scosso da un brivido. «Colui che mi tradisce sta arrivando», annunziò con un filo di voce.


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